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Addio a Kossiga, picconatore di piombo

di Simone Cosimi 

È stato il più giovane ministro degli interni, presidente del Senato e della Repubblica. La trita formula che si usa in questi casi, 'parabola politica', non va per niente bene: la vicenda di Francesco Cossiga, nato a Sassari il 26 luglio del 1926, sembra non aver avuto inizio né autentica conclusione, per quanto vasta e multiforme. S'è trattato di un uomo di Stato e, soprattutto, di un uomo nello Stato. Che della sopraffina conoscenza del funzionamento e dei meccanismi istituzionali ha fatto il proprio campo di gioco, la propria arena, il proprio spazio vitale. Secondo solo ad Andreotti, e forse neanche al Divo Giulio, per varietà degli incarichi, vastità del potere e padronanza di segreti e retroscena.

Il presidente emerito della Repubblica e senatore a vita è scomparso a 82 anni mentre mezza Italia se la spassava in spiaggia e l'altra mezza consumava il pranzo nelle città dimenticate dall'esodo: è morto alle 13.18, dopo che i medici del Gemelli di Roma, dove era ricoverato dal 9 agosto scorso, avevano diffuso un bollettino senza troppe speranze appena tre quarti d'ora prima, alle 12.30. L'aggiornamento parlava infatti di 'un quadro clinico di estrema gravità', in seguito a 'un repentino e drastico peggioramento delle condizioni circolatorie che ha necessitato la ripresa di tutti i supporti vitali'. Alla base della morte una crisi cardiocircolatoria a sua volta provocata dalla sepsi, una grave infezione ai polmoni che aveva costretto l'ex presidente al ricovero.

Anche nell'ultimo giorno della sua esistenza, però, una sorpresa: Cossiga sembra essersi infatti congedato con un colpo di teatro. Di quelli con cui era abituato a irrompere sulla scena almeno dal 1991, quando al suo riserbo da 'presidente notaio' (l'unico eletto al primo scrutinio) decise di avvicendare un atteggiamento assai più incisivo e polemico, che gli valse l'abusato soprannome di 'picconatore'. Sembra infatti, secondo l'agenzia AdnKronos, che abbia lasciato al segretario generale del Senato un plico sigillato contenente alcune lettere per il presidente della Repubblica, quello del Senato e per Silvio Berlusconi. In una missiva avrebbe inoltre espresso la volontà di non avere funerali di Stato, ma solo, forse, un picchetto d'onore dei bersaglieri della brigata Sassari e avrebbe chiesto di essere seppellito nella sua città natale accanto al padre e alla sorella. Una notizia che non stupirebbe, a ben vedere, data la precisione e l'attenzione ai dettagli che ne distingueva il carattere, sanguigno ma al contempo calcolatore.

Tante, tantissime le stagioni politiche di Cossiga: dall'esordio nella Dc a 17 anni allo sbarco in parlamento dopo la battaglia dei cosiddetti 'giovani turchi' contro la vecchia classe dirigente del partito in Sardegna fino al delicatissimo incarico di ministro degli interni nel 1976, nel pieno degli anni di piombo, assunto a soli 48 anni. L'esperienza che avrebbe lasciato due anni dopo, allorché Aldo Moro era stato rapito e quando il suo nome era ormai indicato dalle organizzazioni della sinistra extraparlamentare come responsabile morale della morte dei manifestanti uccisi per le strade militarizzate del '77 (Francesco Lorusso prima, Giorgiana Masi poi). KoSSiga, così era stato ribattezzato, queste le scritte che popolavano i muri delle città in quei mesi e che lette impressionano ancor più che pronunciate. La durezza teutonica della K, la doppia esse dipinta con la grafia nazista a rammentare sinistri squadroni della morte. Ma i suoi rapporti privilegiati, casomai, erano con l'altra parte del pianeta, con gli Stati Uniti e la Cia. Un legame che sarebbe rispuntato fuori quando, nel 1990, Andreotti confermò anche in Italia l’esistenza della Gladio, un'organizzazione paramilitare di tipo 'stay behind', vale a dire dormiente ma pronta a intervenire, sotto il controllo della Nato e foraggiata dai soldi dell'agenzia d'intelligence statunitense, in caso di 'attacco rosso' mosso dai paesi del Patto di Varsavia. Un fatto clamoroso, forse mai debitamente approfondito dall'opinione pubblica, che ammetteva come l'Italia fosse stata, fino a quel momento, una repubblica a democrazia limitata. Cossiga, all’epoca capo dello stato, ne difese la legalità: 'So tutto su Gladio - disse all'epoca – come era fatta e come non era fatta. Per filo e per segno. E quindi, quando ne parlo, ne parlo con perfetta cognizione di causa. E mi sono immediatamente sbracciato per garantire che era una cosa perfettamente lecita, anzi doverosa, e senza doppi fondi, esponendomi in prima persona'.

Un finto matto che dice le cose come stanno. Questa un altro degli epiteti che l'ex senatore a vita amava attribuirsi. Perché la verità degli intrighi di Stato, sosteneva, si trova sempre nelle tesi più semplici. E Cossiga non s'è mai fatto pregare, per ogni questione oscura d'Italia ha fornito una sua risposta, a volte diretta altre più sibillina. La strage di Ustica colpa di un aereo militare francese, quella di Bologna effetto collaterale della resistenza palestinese, Aldo Moro ucciso dalle Br e solo dalle Br e così via. Senza tuttavia fornire carte, indicazioni, prove provate. Alle volte dava quasi l'impressione vanesia di avventurarsi ben oltre i fatti di sua conoscenza, pur di non farsi trovare impreparato sui temi del paese. Fino alle esternazioni sul 'grande puffo maligno' altresì definito (con una certa carica profetica) 'nano libidinoso' alias Silvio Berlusconi e alle rivelazioni sulle strategie di gestione dei disordini nel corso degli anni Settanta.

Un'avventura, come la si giudichi, senz'altro affascinante per quanto contorta e intestinale. Quelle di un leone della Prima Repubblica che, scardinato il suo ambiente di coltura e riferimento, ha improvvisamente mutato gioco e faccia e, alla caduta del Muro di Berlino, ha contribuito a smantellare la casa impugnando a volte strumenti anomali. E superando vicende altrove e antrimenti insuperabili come il caso Donat Cattin e, appunto, l'emersione della Gladio, i metodi repressivi utilizzati negli anni Settanta e le pastoie fumose delle tragedie di Stato degli anni Ottanta e Novanta. Delle quali Cossiga dava sempre l'impressione di sapere tutto pur volendo dire poco. Anzi, a pensarci bene, l'impressione era proprio quella contraria.

'Non è per contraddire Barack Obama, ma 'il Paese dove tutto è possibile' non sono gli Usa. È l'Italia. È possibile che un ex presidente della Repubblica rievochi la violenza e gli intrighi di Stato come metodo repressivo delle manifestazioni studentesche. E sono possibili mille altre di queste meraviglie, nel solo vero paese dove veramente tutto è possibile. Così possibile che si è già avverato'. (Michele Serra)

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