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Alberto Musy, è morto il consigliere comunale UDC ferito in un agguato a Torino

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Dopo 19 mesi di coma e proprio nel giorno in cui riprende il processo che vede imputato Francesco Furchì - unico sospettato - è morto Alberto Musy, consigliere comunale torinese in quota UDC, ferito con sei colpi di pistola in un misterioso agguato nell'androne di casa, lo scorso 21 marzo 2012. A dare la notizia sono state fonti vicino alla famiglia, intorno alla quale si sono stretti parenti, amici, colleghi di lavoro e genitori e compagni di scuola delle quattro figlie, di 3, 9, 11 e 13 anni, avute dalla moglie Angelica.

Attentato a Torino: sei colpi di pistola per Alberto Musy

La vicenda di Musy ha fatto clamore e suscitato una forte emozione a Torino, dove il consigliere era molto noto e stimato. Avvocato presso lo studio Musy Bianco e Associati e docente di diritto comparato all'Università del Piemonte orientale, dopo avere insegnato anche alla Benjamin N. Cardozo School of Law di New York, all'Académie de Nantes e alla Bocconi di Milano, Musy era descritto da chi lo conosceva come un uomo dai "modi gentili". Tifosissimo del Toro, nel 2011 aveva partecipato alla corsa per le comunali di Torino, sognando tra le altre cose di portare in città il campus di una grande università americana.

Il video dell'aggressore di Alberto Musy

Una vita lontana dalle luci della ribalta, fatta di impegno politico, lavoro e famiglia, infranta un anno e mezzo fa da un uomo con l'impermeabile e un casco da motociclista, che ha atteso l'avvocato nell'androne di casa sua, in via Barbaroux, in pieno centro a Torino, e gli ha scaricato addosso sei colpi di pistola, dileguandosi poi indisturbato. Dopo due delicati interventi chirurgici, Musy non ha mai ripreso conoscenza, mentre in seguito a un anno di indagini è stato arrestato il presunto attentatore, Francesco Furchì, che però si è sempre dichiarato innocente.

Descritto come "un faccendiere", 49 anni, di origini calabresi, Furchì secondo la Procura avrebbe sparato a Musy per vendicarsi di alcuni torti che riteneva di avere subito da parte dell'avvocato, che aveva sostenuto durante la corsa a sindaco, candidandosi nella lista Alleanza per la città. In particolare, l'uomo avrebbe provato rancore nei confronti del consigliere comunale - dichiarato decaduto dall'incarico su richiesta della moglie Angelica - perché non aveva appoggiato la candidatura del figlio dell'ex ministro Salvatore Andò, Biagio, a una cattedra presso l'Università di Palermo, perché non aveva avuto alcun vantaggio dall'averlo sostenuto in campagna elettorale e, soprattutto, perché non l'aveva aiutato a rilevare la società ferroviaria Arenaways, poi dichiarata fallita.

Ma le accuse sono tutte da provare e la vicenda continua a presentare molti punti oscuri, sui quali Furchì fa leva per dimostrare la propria innocenza. In una lettera al settimanale Oggi, infatti, il faccendiere ha scritto di volere una "perizia superpartes", condotta da specialisti "fuori dal Piemonte", perché - a suo dire - sarebbe vittima di "uno tsunami mediatico", che lo ha "schiacciato sotto un peso intollerabile e umiliante". Secondo Furchì, infatti, durante le udienze del processo sono emerse "eclatanti discordanze" tra accusa e difesa circa la sua identificazione come l''uomo col casco' che il 21 marzo 2012 ha sparato a Musy.

E proprio per fare chiarezza sulle circostanze dell'agguato, lo scorso marzo, nell'anniversario dell'attentato, la moglie del consigliere aveva rivolto un appello alla città, dicendo: "Chi sa deve parlare". Resta in piedi, infatti, l'ipotesi che Furchì possa avere avuto un complice nel portare a termine il suo piano di vendetta.

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