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Angelino Alfano contro Berlusconi: "Forza Italia partito estremista, non ci sarò". Scissione in vista nel Pdl

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di Claudia Gagliardi


** Update **
Confermata durante l'ufficio di Presidenza la fine del Pdl e la (ri)nascita di Forza Italia: azzerate tutte le cariche, sarà Silvio Berlusconi a guidare il prcesso che porterà alla ratifica ufficiale del nuovo partito, prevista per il consiglio nazionale dell'8 dicembre. Angelino Alfano dunque non è più segretario e il Cavaliere si riserva il diritto di assegnare le deleghe per la sua nuova creatura politica a persone di fiducia. L'ex premier ha comunque confermato la lealtà al governo Letta, a patto che rispetti gli accordi e - soprattutto - non voti sì alla sua decadenza.

La situazione estremamente tesa nel Pdl è giunta all'appuntamento cruciale con l'ufficio di Presidenza del partito che dovrebbe sancire la rinascita di Forza Italia: una riunione convocata in tempi brevissimi dal Cavaliere per accelerare i tempi verso la nuova formazione politica, decisa dopo il rinvio a giudizio per corruzione a Napoli e le nuove fibrillazioni nel governo con le minacce di crisi da parte di Brunetta. E se le colombe guardano con sospetto alla nuova forza Italia 2.0, è il vicepremier Angelino Alfano a mettere in chiaro che lo strappo interno al partito potrebbe realizzarsi presto: "A queste condizioni io in Forza Italia non ci entro, è un errore. E con me sono in tanti".

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Così il segretario del Pdl Angelino Alfano si oppone al superamento del partito verso un nuovo soggetto che già si prefigura costruito intorno a Berlusconi e alla sua leadership indiscussa: dopo uno scambio di opinioni con il Cavaliere, Alfano ha ottenuto un breve faccia a faccia a Palazzo Grazioli prima dell'ufficio di presidenza convocato per le 17. Secondo indiscrezioni di stampa, il vicepremier avrebbe ribadito a Berlusconi la necessità di andare avanti con il governo delle larghe intese e la sua contrarietà ad una nuova Forza Italia in mano ai falchi del partito, ossia un movimento "estremista" e chiaramente ostile al governo Letta. Una posizione che, secondo quanto riferiscono fonti interne al partito, sarebbe sancita da un nuovo documento sottoscritto sia dai ministri e dai parlamentati vicini alle posizioni dei governativi, ma anche dagli esponenti del territorio.

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Alfano ha incontrato Berlusconi insieme ad una delegazione di governisti del partito, probabilmente nel tentativo di spostare il decisivo ufficio di presidenza convocato in tutta fretta tra le polemiche delle colombe e gli annunci di diserzione (come quelli di altri esponenti del partito quali Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi). Tentativo fallito, tra trattative e annunci di ritirata, il vertice si è comunque tenuto, con all'ordine del giorno "la relazione del presidente in merito alla definizione delle linee politiche e programmatiche del partito, decisioni sull'attività politica e altri adempimenti". Ma Alfano ha fatto sapere che non vi partecipa: "Il mio contributo all'unità del nostro movimento politico, che mai ostacolerò per ragioni attinenti i miei ruoli personali, è di non partecipare, come faranno altri, all'Ufficio di presidenza che deve proporre decisioni che il Consiglio nazionale dovrà assumere. Il tempo che ci separa dal Consiglio nazionale consentirà a Berlusconi di lavorare per ottenere l'unità".

Allo stesso tempo anche i lealisti si sono riuniti per ribadire la necessità di accelerare il processo di rinascita di Forza Italia intorno alla leadership di Berlusconi, chiamato ad avocare a sè tutte le cariche. Proprio i lealisti, corrente che fa capo ad esponenti come Fitto e Carfagna, starebbero raccogliendo 600 firme per una sorta di conta interna, un segnale per dimostrare che hanno in numeri nel partito e negli organismi regionali. Mossa strategica in vista di quel Consiglio nazionale del Pdl richiamato anche da Alfano, che potrebbe essere convocato l'8 dicembre nello stesso giorno delle primarie del Pd e a cui sembra rinviata la resa dei conti finale tra le diverse correnti del partito di fronte ad 800 delegati. Insomma, un braccio di ferro che continua a lacerare il partito e che sembra presagire un'imminente scissione.

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