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Berlusconi convocato dai pm di Palermo: "Riparte il circo mediatico"

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Si è "rimesso in moto il circo mediatico-giudiziario per sputtanarmi prima delle elezioni" avrebbe confidato ieri a un fedelissimo Silvio Berlusconi, non appena è trapelata la notizia che i pm di Palermo lo avevano convocato lo scorso 16 luglio per interrogarlo in qualità di 'persona informata dei fatti', quindi testimone, nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia degli anni '90, intavolata per porre fine al periodo dello stragismo.

L'avviso di comparizione sarebbe arrivato nei giorni scorsi all'avvocato Ghedini e il Cavaliere avrebbe dato ordine di rispondere picche, adducendo l'ormai abusata scusa del 'legittimo impedimento', questa volta - a quanto pare - un 'summit' a villa Germetto (a Lesmo, in Brianza) organizzato dall'ex ministro Martino, Moles e Bergamini con economisti e politici europei e americani per discutere di crisi e strategie per uscirne. "Ci stiamo lavorando da due mesi e non ci rinuncio certo per compiacere un pubblico ministero" ha detto l'ex premier.

Ma volente o nolente, Berlusconi sa che davanti alla Procura della Repubblica di Palermo prima o poi dovrà comparire. La testimonianza del Cavaliere, infatti, è cruciale nella tranche di inchiesta che vede coinvolto Marcello Dell'Utri, ritenuto responsabile da parte dei magistrati di un'estorsione economica e politica ai danni dell'allora premier, al suo primo mandato dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995.

I pm vogliono chiedere conto a Berlusconi delle spese fatte per conto di Dell'Utri e dei "prestiti infruttiferi" accordati all'ex senatore negli ultimi anni, dei quali fanno parte anche i famosi 20 milioni pagati dal Cavaliere per comprare una villa che ne valeva la metà. Ma non solo. I magistrati hanno anche intenzione di fare chiarezza sui contatti tra la Cupola di Cosa Nostra e i "pubblici ufficiali ed esponenti politici di primo piano" disposti a trattare pur di far smettere la stragi.

Una stagione di terrore che si apre con l'assassinio di Salvo Lima e la successione, appunto, di Dell'Utri nel ruolo di mediatore con i vertici mafiosi e che continua con l'attentato di via D'Amelio, dove persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, e le bombe di Firenze, Roma e Milano tra maggio e luglio 1993.

Inchiodato alle sue responsabilità dalla testimonianze di numerosi pentiti, tra cui Giovanni Brusca e Gaspare Spatuzza, oltre che dalla ricostruzione di Massimo Ciancimino, Dell'Utri è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Sentenza confermata e poi annullata in secondo grado e, proprio oggi, riaperta dalla Cassazione.

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