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Berlusconi riunisce il Pdl: "Grazia e riforma della giustizia o elezioni subito: pronti alle dimissioni"

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"Dobbiamo chiedere al più presto le elezioni per vincere. Riflettiamo sulla strada migliore per raggiungere questo obiettivo": così Silvio Berlusconi è intervenuto a Montecitorio durante il vertice con i parlamentari del Pdl. A dispetto delle intenzioni della vigilia di salvaguardare in ogni caso la tenuta del governo per il bene del Paese, il leader del centrodestra mette sul piatto la minaccia di staccare la spina al governo raccogliendo la disponibilità dei suoi ministri e parlamentari a rassegnare le dimissioni in massa. Scenario che Maurizio Gasparri ed altri falchi del Pdl avevano già annunciato settimane prima della sentenza, poi messo da parte sulla scorta degli inviti alla moderazione dell'avvocato del Cavaliere Franco Coppi.

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Dopo gli appelli alla responsabilità dei giorni scorsi, è evidente che le ricadute della sentenza del processo Mediaset sono tutt'altro che innocue per la tenuta del governo. Quantomeno perchè la partecipazione alla maggioranza potrebbe diventare oggetto di pressioni per spingere il governo ad approvare in fretta una riforma della giustizia e il Quirinale a concedere la grazia a Berlusconi. In sostanza, la richiesta di un salvacondotto per Berlusconi in cambio della prosecuzione dell'esperienza del governo delle larghe intese tanto caldeggiato da Napolitano. L'alternativa è il ritorno alle urne con la riedizione di Forza Italia, come già annunciato nel videomessaggio diffuso da Berlusconi a poche ore dalla pronuncia della sentenza di condanna definitiva al carcere per frode fiscale nel processo Mediaset. Il tutto nella stessa giornata in cui il premier Enrico Letta, commentando la pronuncia della Cassazione, aveva invitato a non confondere il piano giudiziario con quello delle istituzioni, auspicando che non fosse messo in discussione l'operato del governo.

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Lo hanno spiegato, uscendo dalla riunione a Montecitorio, parlamentari e ministri Pdl: deputati e senatori hanno consegnato le loro dimissioni nelle mani dei capigruppo di Camera e Senato, Renato Brunetta e Renato Schifani, così come i ministri le hanno messe a disposizione del vicepremier Alfano. Saranno loro a recarsi dal presidente Giorgio Napolitano per chiedere la grazia per Berlusconi, con in mano la disponibilità dei propri esponenti di partito a lasciare tutte le cariche istituzionali. Un gesto forte affinchè "venga ripristinato lo stato di democrazia" e non siano limitate le libertà di "un leader che rapppresenta 10 milioni di elettori".

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Renato Schifani ha confermato per primo ai cronisti la volontà di chiedere la grazia per Berlusconi. Al presidente Berlusconi, durante il vertice a Montecitorio, avrebbe dichiarato: "Ci muoveremo perché ti possa essere restituita nel rispetto della Costituzione quella libertà che ti spetta per la tua storia così da ottenere da Napolitano il ripristino dello stato di democrazia che questa sentenza ha alterato". Parole avallate dall'omologo di Schifani alla Camera: "Se alla nostra richiesta di grazia non ci fosse una risposta positiva - ha dichiarato Brunetta - tutti sappiamo quello che occorre fare: difenderemo la democrazia nel nostro Paese". Ai microfoni del TgLa7, sempre Schifani ha confermato che i parlamentari e i ministri del Pdl hanno dato la loro disponibilità alle dimissioni di massa: "La disponibilità è un gesto significativo e importante ma non significa dimissioni". E sulla questione grazia ha aggiunto: "E' una cosa che abbiamo valutato e di cui stiamo parlando".

Non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali invece il condannato Silvio Berlusconi. Ha parlato però abbondantemente nel corso del vertice, dove è stato accolto dai parlamentari Pdl con una standing ovation e un applauso lunghissimo. Durante la riunione il Cavaliere ha ringraziato i suoi per l'affetto, ha ribadito che la sentenza si regge su un teorema accusatorio messo in piedi "per eliminarmi dalla scena politica" e ha lanciato la sua sfida: "Dobbiamo resistere e non possiamo sottrarci al dovere di una vera riforma della giustizia, per questo siamo pronti alle elezioni". Sulla scelta di restare o meno nella maggioranza, Berlusconi ha chiesto ai suoi di esprimersi personalmente: "Decidete voi e nel decidere dimenticate la mia persona, pensate all’interesse dei nostri elettori e al bene dell’Italia". "Se c’è da difendere i nostri ideali e la storia di tutti noi e la nostra storia, presidente, coincide con la sua, siamo tutti pronti alle dimissioni, a partire dai ministri al governo" ha assicurato Alfano durante la riunione.

Le dichiarazioni degli esponenti del Pdl hanno trovato la pronta reazione del Quirinale: ambienti del Colle ricordano con una nota informale che "è la legge a stabilire quali sono i soggetti titolati a presentare la domanda di grazia". Tra i soggetti che possono richiederla, infatti, figurano il condannato, suoi prossimi congiunti, curatori specifici o avvocati. Insomma, da nessuna parte è previsto che i capigruppo di un partito chiedano di condonare o commutare la pena (prerogativa che peraltro, nelle condizioni previste dalla legge, il Capo dello Stato protrebbe anche esercitare di propria iniziativa) per il loro leader politico. Il problema sostanziale riguarda poi i requisiti che a Berlusconi mancano per chiedere questo atto di clemenza: in quanto soggetto che ha altri procedimenti penali in corso (processo Ruby, compravendita dei parlamentari, intercettazione Fassino-Consorte ed altri ancora) non può chiedere la grazia. Lo stesso Napolitano, peraltro, un mese fa aveva commentato un articolo di Libero sul tema parlando di "speculazioni su provvedimenti di competenza del capo dello Stato in un futuro indeterminato" come "segno di analfabetismo e sguaiatezza istituzionale e danno il senso di un’assoluta irresponsabilità politica che può soltanto avvelenare il clima della vita pubblica".

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