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Calderoli, scuse a Kyenge in Senato: "Ho fatto una sciocchezza, ma non mi dimetto"

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Dopo le scuse private via telefono, oggi Roberto Calderoli ha porto alla collega Cécile Kyenge anche quelle formali, leggendo una breve nota in Aula in Senato. L'esponente della Lega Nord ha definito le sue dichiarazioni "sbagliate e offensive", ma non ha fatto quel passo indietro che in molto si aspettavano, chiesto anche dal web con una petizione su Change.org, che da ieri a oggi ha raccolto oltre 125 mila firme. "Non mi dimetto. Sono un vicepresidente di opposizione. Avrei dovuto rispondere solo a chi mi ha votato, ma sarei stato pronto a farlo se nell'Ufficio di Presidenza ci fosse stata un'amplissima maggioranza che me l'avesse chiesto. Ma così non è stato", ha dichiarato Calderoli.

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Insomma, il leghista ha fatto mea culpa - seppure parlando di "una sciocchezza" e ribadendo: "il mio errore è grave, ma non è razzismo" - e ha chiesto scusa anche a Giorgio Napolitano, che "si è indignato" e ai colleghi del Senato, ma di dimissioni proprio non ne vuole parlare. Per lui il caso-Kyenge è chiuso - "Il ministro ha subito accettato le mie scuse e la ringrazio", ha detto, aggiungendo: "Le invierò un mazzo di rose" - e sul piatto ci sono invece ben altre questioni, come per esempio l'espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua.

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Se infatti da un lato Calderoli ha promesso che non attaccherà "mai più un avversario politico con parole così offensive", dall'altro ha anche garantito che non farà "mai sconti a un governo che consente e quasi incoraggia l'ingresso illegale di stranieri nel nostro Paese, come sta avvenendo" e che "ha consentito che una bambina e sua mamma fossero deportate, consegnandole proprio nelle mani del tiranno da cui sono perseguitate".

Da 'imputato' ad 'accusatore', dunque, il vicepresidente del Senato ha fatto il minimo necessario che formalmente gli veniva richiesto, cosa che però non è bastata a placare le polemiche, sia interne al governo che esterne, tra addetti ai lavori e gente comune. A Palazzo Chigi infatti non è piaciuta la presa di posizione 'blanda' - a essere buoni - di Roberto Maroni, e dopo le scuse in Aula di Calderoli è arrivata una replica stizzita a quanti ritengono chiusa la vicenda, governatore della Lombardia in primis.

"Altro che tutto rientrato! La scivolata è solo quella di un leader che non riesce a far dimettere Calderoli da vicepresidente del Senato. Purtroppo è una carica che non è oggetto di voce di sfiducia, ma così facendo Maroni è correo dell'insulto al ministro Kyenge", è stata la risposta, con un chiaro riferimento alla frase del presidente della Regione, che dopo le parole di Letta su possibili ripercussioni su Expo 2015 se non avesse spinto Calderoli alle dimissioni (e tenuto a freno Salvini), ha detto: "Non ho capito l'uscita di Letta sull'Expo e l'ho chiamato: mi sembra tutto rientrato da parte sua, è stata una scivolata anche se lui è uno attento su questo cose".


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