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Convenzione, Berlusconi: "Presidente? Pronto a passo indietro"

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Dopo giorni di acceso dibattito sulla Convenzione per le riforme costituzionali, secondo le ultime notizie riportate oggi dal quotidiano Repubblica, Silvio Berlusconi sarebbe pronto a fare un passo indietro e a rinunciare alla presidenza. "Voglio solo che ammettano che spetta al Pdl", avrebbe detto in privato, chiedendo allo stesso tempo di poter fare da interlocutore. Al Cavaliere infatti non sono andati giù i no "verso chi ha fatto per 15 anni il presidente del Consiglio" pronunciati ieri da Stefano Fassina e Matteo Renzi.

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Il neo viceministro all'Economia, infatti, ha bocciato il nome di Berlusconi definendolo inadatto a "dare garanzie a tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento", mentre il sindaco di Firenze, intervistato a Dogliani (Cuneo) da Giovanni Minoli, ha espresso un giudizio a dir poco tranchant: "E' inaudito farlo padre della costituente. Non capisco perché dobbiamo dargli il compito di scrivere la Costituzione per i prossimi cinquant'anni".

Posizioni nettissime, che hanno accesso il dibattito politico tra le parti, con Antonio Di Pietro che su Twitter ha scritto: "Berlusconi che vuole guidare la #Convenzione per cambiare la #Costituzione è come Dracula che vuole aprire un centro di donazione del sangue", mentre Stefano Rodotà ai microfoni de Il Fatto Quotidiano ha definito la Convenzione un "organismo che rappresenta un rischiosissimo attacco ai principi costituzionali", dicendo di non essere "assolutamente" disponibile a prendervi parte.

Il Pdl ovviamente non è rimasto a guardare e ha contrattaccato prima con Renato Brunetta, che ha detto "intollerabile il susseguirsi di veti nei confronti del leader del Popolo della libertà, partito fondamentale per la coalizione di governo", ribadendo con quella che è sembrata una (neppure tanto) velata minaccia che "senza Berlusconi è impossibile la pacificazione nazionale. Senza Berlusconi non c'è coalizione di governo", e poi con Fabrizio Cicchitto, che ha ancora una volta rimarcato che "tutte le cariche di rilievo politico istituzionale sono state ricoperte da esponenti della sinistra e addirittura, per quanto riguarda la presidenza della Camera, da un esponente della formazione di sinistra".

Ad agitare (o calmare, dipende dai punti di vista) è arrivato poi Roberto Maroni, che ha dichiarato: "Non ci interessano le poltrone, ma che la Convenzione parta immediatamente", andando a mettere il dito nella piaga. Perché quello che è incredibile è che tutta la bagarre su Silvio Berlusconi si è scatenata per il posto di presidente di un organismo che ancora non esiste, non si sa come funzionerà e in quanto tempo, eventualmente, potrà diventare operativo. "La Convenzione puoi farla presiedere pure da Maradona ma non serve a niente se prima non ci mettiamo d'accordo su cosa fare", ha sintetizzato efficacemente Gianclaudio Bressa del Pd.

E allora, forse, ecco spiegato il "passo indietro" del Cavaliere. Ancora una volta Berlusconi ha trovato una leva - in questo caso la convenzione - per sollevare una serie di polemiche (non ultime anche quelle interne al Pd, che si è spaccato su una sua eventuale nomina) funzionali a una trattativa, che nel caso specifico è quella per le presidenze delle commissioni parlamentari, dove l'ex premier punta a ottenere quelle di Giustizia e Comunicazioni. Il voto in Parlamento è previsto martedì e con l'abile teatrino che ha messo in piedi è molto probabile che il Cavaliere riesca a spuntarla.

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