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Crisi di governo, possibili scenari: verso un Letta-bis con parte del Pdl. Martedì la fiducia

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di Claudia Gagliardi

E' durata 154 giorni l'anomala esperienza delle larghe intese: un esecutivo dal bilancio non positivo, quello guidato da Enrico Letta, stretto tra le istanze quasi sempre opposte di Pd e Pdl, caratterizzato da una strategia dei rinvii e dal perenne stato di minaccia di una caduta del governo sotto il peso delle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. Ora la crisi è ufficialmente aperta: la scelta del Cavaliere di ritirare l'appoggio al governo ha trovato l'immediata obbedienza dei ministri Pdl, che in una nota hanno annunciato le dimissioni per essere venute a mancare "le condizioni per andare avanti". Mossa che apre diversi possibili scenari per la legislatura, primo fra tutti un Letta-bis che possa racimolare i voti necessari al centrosinistra in Senato (alla Camera esiste una maggioranza stabile) per varare almeno la legge di stabilità e quella elettorale. Forse con l'appoggio di qualche deluso del Pdl che non ha gradito il colpo di teatro di Berlusconi, deciso a tavolino con i falchi Verdini e Santanchè senza consultare il partito, spiazzando le colombe che lavoravano per la stabilità dell'esecutivo.

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Una decisione controversa dal punto di vista della convenienza politica per il Pdl e personale per il suo leader: la caduta dal governo significa infatti, per Berlusconi, la perdita dello scudo parlamentare di fronte ad eventuali nuovi provvedimenti giudiziari nei suoi confronti. Per intenderci, se dovesse arrivare un mandato d'arresto per il Cavaliere nell'ambito dell'inchiesta di Napoli sulla compravendita dei senatori o in quella di Milano sull'induzione alla falsa testimonianza nel processo Ruby, Berlusconi non potrebbe più contare sul meccanismo di tutela dell'autorizzazione a procedere prevista per i parlamentari. Una mossa, questa del Cavaliere, che certamente segna uno strappo irrimediabile con il Quirinale e non lo pone in buona luce sullo scenario internazionale. Senza contare che, conclusa questa legislatura, nel breve periodo non potrà ricandidarsi al Parlamento, nè ad alcuna carica pubblica, in virtù della legge Severino da un lato e dell'interdizione dai pubblici uffici prevista dalla sentenza Mediaset dall'altro.

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Eppure, nonostante le evidenti contraddizioni intrinseche alla decisione (di fatto solo apparentemente incomprensibile) di far mancare l'appoggio al governo, il Cavaliere ha scelto di usare l'episodio dell'Iva come arma contro il premier Letta e il Pd, una bandierina da usare per ripresentarsi come leader di Forza Italia alle prossime elezioni anche senza candidarsi a premier, sfruttando ancora una volta il tema della pressione fiscale e contando sui sondaggi favorevoli degli ultimi mesi. Secondo i retroscena delle ultime ore, sarebbe stato Niccolò Ghedini a spingere il Cavaliere a ribaltare il tavolo in vista di possibili imminenti risvolti giudiziari (un mandato d'arresto della Procura di Milano per l’accusa di inquinamento di prove del processo Ruby bis) a ridosso del voto sulla decadenza. Di qui l'accelerazione incredibile degli ultimi giorni, con la richiesta di ricusare i componenti della Giunta per le Elezioni per provare a bloccare l'iter parlamentare e rinviare la legge Severino all'esame della Corte Costituzionale, così da guadagnare mesi, se non qualche anno di tempo, facendo saltare il voto del Senato (previsto dal regolamento dopo quello della Giunta). E, magari, tornando al voto in tempi brevissimi.

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Considerato lo scenario attuale, lo scioglimento delle Camere e il ritorno alle urne entro un mese e mezzo non è però la soluzione più accreditata. Sicuramente non è nei piani di Napolitano. Il Presidente della Repubblica, con i suoi richiami alla stabilità, ha sempre dichiarato che non avrebbe posto fine alla legislatura prima della modifica del Porcellum chiesta dalla Corte Costituzionale. Lo stesso Pd non vuole il voto con questa legge elettorale ed ha auspicato la ricerca di una nuova maggoranza in Parlamento che possa varare la legge di stabilità e la legge elettorale. Quantomeno per non ritrovarsi alle prossime elezioni con la stessa frammentazione e un altro governo instabile, ma soprattutto per evitare che il crollo dell'esecutivo faccia impennare lo spread procurandoci un nuovo downgrading da parte delle agenzie internazionali e che non sia la troika europea a dettare la nuova manovra finanziaria così come accaduto in Grecia.

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Ora tutto è nelle mani di Napolitano: sarà il Presidente a valutare le se ci sono le condizioni perchè in Parlamento si trovino nuove (un po' meno larghe) intese. E in effetti, immediatamente dopo l'annuncio delle dimissioni dei ministri Pdl, si è cominciato a fare i conti in vista di un Letta-bis, magari con ministri tecnici al posto dei dimissionari Pdl. I numeri potrebbero già esserci, ancora una volta con un accordo tra Pd e parte del Pdl. Secondo Mario Ajello del Messaggero "numerosi senatori azzurri non di primissimo piano" sarebbero pronti "a smarcarsi riservatamente da Berlusconi e a diventare disponibili a dare la fiducia a Letta o a un Letta bis". In tutto ci sarebbero circa 20 transfughi tra Pdl, Gal e Gruppo misto. Per Andrea Malagutti de La Stampa, potrebbe nascere "un partito largo, trasversale, moderato, cattolico, che non si dimentichi dei liberali" e che "abbia prima la forza di sostenere questa sgangherata diciassettesima legislatura (...) e poi di sopravviverle, presentandosi al Paese come la calamita buonsensista del futuro". Insomma, dal crollo delle larghe intese potrebbe addirittura emergere una nuova formazione politica, un centrodestra moderato ed europeo, che includa anche Monti, Casini, il ministro di scelta Civica Mario Mauro e il ministro del Pdl Gaetano Quagliariello, forse anche Montezemolo. Un progetto cui si starebbe lavorando da qualche tempo e che potrebbe farsi forte di una possibile scissione nel Pdl, anche in vista del ritorno a Forza Italia che non convince tutti.

Non sembrano realistiche invece le ipotesi di una maggioranza da cercare in direzione 5 Stelle. Anche con l'appoggio eventuale dei dissidenti grillini, mancano i numeri per raggiungere la maggioranza necessaria di 161 voti. E Beppe Grillo ha fatto sapere che mai si realizzerà un qualunque accordo con il Pd: "Bisogna andare al voto per vincere e salvare l'Italia. E' l'ultimo treno. Napolitano non si opponga. I prossimi mesi saranno per cuori forti. In alto i cuori" ha scritto il leader del Movimento 5 Stelle sul suo blog. Elezioni immediate e l'affondo a Giorgio Napolitano, il grande burattinaio delle larghe intese, sono le due direttrici del suo post dal titolo Rien ne va plus: "L'Italia non può più reggersi sulle spalle di un ultra ottuagenario che sta, volontariamente o meno non importa, esercitando poteri da monarca che nessuno gli ha attribuito. Napolitano deve rassegnare le dimissioni. E' a lui che dobbiamo questo impasse. Alle sue alchimie va attribuito lo sfacelo istituzionale attuale". Con le dimissioni dei ministri berlusconiani, continua Grillo, è crollata "l'impalcatura costruita da Napolitano a colpi di rielezione, di saggi comprati al mercato della politica, di gestione presidenziale del Parlamento (...) Napolitano non poteva non sapere che un governo di larghe intese con un potenziale delinquente finisse nel peggiore dei modi"". Nessun altra via d'uscita, per i grillini, se non il voto: "Gli italiani devono poter decidere se vivere o morire". Una risposta diretta a chi già ieri auspicava una maggioranza alternativa possibile, come il viceministro dell'Economia in quota Pd Stefano Fassina.

L'unica certezza è che Enrico Letta martedì si presenterà in Senato per la sua "verifica" ed illustrerà il suo programma "per andare avanti fino al 2015" chiedendo la fiducia. Prospettiva fin troppo ottimistica (più concreta l'idea di restare in carica per gli affari correnti fino a marzo e traghettare il Paese a nuove elezioni), ma questo è il piano che Letta proporrà nel suo incontro con il Capo dello Stato. La strategia è chiara: in Parlamento, "alla luce del sole e di fronte agli italiani", il Pdl dovrà assumersi la responsabilità di aver aperto la crisi di governo. La colpa di quello che in privato Letta definisce "un gesto da banditi" è da imputare interamente a Berlusconi. Chiarito questo passaggio, la sfida sarà trovare i voti per mandare avanti la legislatura e dare vita, come scrive Francesco Bei su La Repubblica, ad "un nuovo governo di Piccole Intese".

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