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Ddl intercettazioni: la Bongiorno lascia

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"Non mi riconosco in questo testo e trovo inaccettabile che sia bastato uno schioccar di dita del premier per mandare in fumo due anni e mezzo di lavoro per cercare un accordo". Giulia Bongiorno non ci sta e dopo che il comitato dei nove ha approvato l'emendamento del Pdl che vieta la pubblicazione delle intercettazioni fino alla cosiddetta udienza filtro ha lasciato l'incarico di relatrice del ddl.

"Questa è una legge che preclude la possibilità di dare notizie dilatando a dismisura i tempi di pubblicazione" ha aggiunto il presidente della Commissione Giustizia della Camera, concludendo: "Alfano non esce delegittimato, ma doveva tenere il punto a prescindere dalle richieste di Berlusconi".

Nella sostanza, l'emendamento del Pdl impedisce la divulgazione delle intercettazioni 'irrilevanti', definendo con questo termine sia quelle che dopo l'udienza stralcio sono archiviate con qualifica di segretezza, sia quelle che il pm non ritiene opportuno trascrivere quando invia al giudice una richiesta di misura cautelare. E non solo: la modifica ottenuta dalla maggioranza impedisce anche di riportare il contenuto o il riassunto delle telefonate registrate.

Una limitazione della libertà di stampa cui si aggiunge la possibilità di reclusione da 3 a 6 mesi per quei giornalisti che non rispettano la consegna del silenzio sulle intercettazioni irrilevanti, come previsto dal secondo emendamento approvato dal comitato dei nove e firmato dal deputato del Pdl Manlio Contento.

"Con questa modifica, tutte le intercettazioni che nel corso del tempo verranno conosciute anche dalla difesa, non solo non potranno essere pubblicate nel testo, e questo va bene, ma non se ne potrà nemmeno dare notizia" ha osservato la Bongiorno, che subito dopo ha dato atto all'intenzione espressa l'altro giorno di dare le dimissioni se fossero passate proposte che portavano a un'oscurazione totale dell'informazione.

E nonostante l'accordo salva-blog - con il distinguo fatto da Roberto del Cassinelli del Pdl che prevede l'obbligo di rettifica entro 48 ore solo per i siti di informazione registrati ai sensi della legge sulla stampa - la situazione nel mondo politico e dell'informazione resta tesa e non mancano le reazioni.

Dalla mobilitazione promossa dalla Federazione della stampa al Pantheon, all'intervento di Di Pietro che ha esortato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a inviare un messaggio alle Camere, a Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti, Lucia Uva e Domenica Ferrulli che facendo riferimento ai tragici eventi che le hanno colpite spiegano "se fosse stata in vigore questa legge nessuno dei nostri casi giudiziari sarebbe diventato tale", l'opposizione e la gente comune esprimono un solo pensiero, riassunto con efficacia dal segretario del Pd Pierluigi Bersani: "è scandaloso che mentre quattro ragazze muoiono sotto le macerie per lavorare a quattro euro all'ora e Moody's ci declassa, noi siamo qui a parlare di intercettazioni. Questo dimostra la totale perdita di presa verso gli interessi del Paese di un governo che pensa solo agli affari suoi, lo vedono in tutto il mondo che è così".

Un polverone che la maggioranza non capsice, trincerandosi dietro al concetto di 'garantismo', come spiega Manlio Contento: "da un lato c'è chi, come la Bongiorno e l'opposizione, ritiene che le intercettazioni debbano continuare ad essere riportate sui giornali, qualora inserite nelle ordinanze di custodia cautelare o in provvedimenti analoghi, che riportano per lo più le tesi dell'accusa. Dall'altra parte stanno i garantisti". Posizione ribadita anche dal Guardasigilli Nitto Palma, che chiosa così: "ognuno fa quello che vuole. Non comprendo le dimissioni, le variazioni del testo sono minime ed estremamente ragionevoli".

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