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Enrico Letta, dimissioni dopo la direzione Pd: Renzi premier? Si apre la crisi di governo

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E' stata la direzione del Partito Democratico aperta da Matteo Renzi nel primo pomeriggio di giovedì 13 dicembre a sancire la fine del governo guidato da Enrico Letta: meno di ventiquattr'ore prima il premier aveva presentato in conferenza stampa il suo progetto di rilancio del governo ImpegnoItalia, affidando poi l'ultima parola all'assemblea del partito, cui ha deciso di non partecipare. Alle 18.14 arriva l'Ansa che ne conferma le dimissioni: Enrico Letta salirà al Quirinale venerdì mattina per rimettere il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

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"A seguito delle decisioni assunte oggi dalla direzione nazionale del Partito Democratico - si legge in una nota diffusa da Palazzo Chigi - ho informato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, della mia volontà di recarmi domani al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del consiglio dei ministri". Enrico Letta prende atto così della votazione in direzione Pd ed apre di fatto la crisi di governo già annunciata dal discorso del segretario.

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Matteo Renzi ha sostanzialmente ufficializzato la richiesta di dimissioni e di un cambio di vertice al governo nel suo intervento in apertura della direzione Pd, auspicando la formazione di un esecutivo di legislatura che duri fino al 2018 per realizzare le riforme necessarie prima di tornare al voto. Dopo aver ascoltato l'intervento del segretario, si sono diffuse le voci di dimissioni imminenti di Enrico Letta, che secondo le agenzie è stato raggiunto a Palazzo Chigi dal vicepremier Angelino Alfano e dai ministri in quota Nuovo Centro Destra Lupi, Quagliariello e Lorenzin. Negli stessi minuti è stata diffusa la notizia dell'annullamento della visita a Londra del premier, altro indizio che le dimissioni sarebbero arrivate a momenti. Il primo annuncio è stato diffuso da un'agenzia stampa francese, confermato poi dall'Ansa. In serata il tweet del premier dimissionario che ringrazia i suoi sostenitori.

La direzione del partito chiamata a decidere sul futuro dell'esecutivo e sulla tanto evocata staffetta Letta-Renzi dopo l'estremo tentativo del premier di proporre un nuovo patto di governo si è espressa con un voto finale sulla mozione del segretario, cui non ha partecipato la corrente lettiana del Pd. "Non è questione di staffette perché non procedo alla stessa intensità di quello con cui faccio la staffetta ma provo a cambiare direzione, velocità e ritmo" aveva detto Renzi nel suo discorso, rilevando "la necessità e l'urgenza di aprire una fase nuova con un esecutivo nuovo che si ponga un obiettivo di legislatura". Ringraziando Letta "per il notevole lavoro svolto" finora e precisando che non si tratta di "un derby" tra due leader ma di "un bivio" di fronte al quale dover decidere, Renzi ha definito l'impasse un'opportunità di "trasformare questa legislatura in Costituente".

La scelta di un nuovo governo "è rischiosa, difficile, perché questo parlamento ha mostrato dei limiti. Ma può avere un senso se si ha la franchezza di dire che l'obiettivo è il 2018 e che nel mezzo c'è una riforma elettorale e costituzionale", ha puntualizzato Renzi. All'orizzonte dunque non il voto anticipato ma un esecutivo di legislatura per portare a compimento le riforme Matteo Renzi, che aveva sempre detto di non voler arrivare a Palazzo Chigi senza una legittimazione popolare, impone un cambio di vertice che lo vedrà protagonista: "La strada delle elezioni ha una suggestione e un fascino" ha detto il sindaco di Firenze, ricordando che però "ancora oggi non abbiamo una normativa elettorale in grado di garantire la certezza della vittoria" e che le elezioni "in questo momento non riuscirebbero a risolvere i problemi nel Paese".

Sulla sua accelerazione verso la crisi, Renzi non ha negato la voglia di un "protagonismo forte", che deve essere di tutto il Pd "o il cambiamento è solo a parole": "Qualcuno ha scritto 'l'ambizione smisurata di Renzi e del Pd'. Non smentisco queste parole: c'è un'ambizione smisurata che dobbiamo avere, da me all'ultimo iscritto. L'Italia non può vivere in una situazione di incertezza e instabilità, siamo a un bivio e l'augurio che faccio è avere consapevolezza della propria responsabilità, mettendo da parte ogni ipocrisia. Ringraziando chi ha lavorato con determinazione in questo anno. Se l'Italia chiede un cambio radicale o lo fa il Pd o non lo fa nessuno. Vi chiedo di uscire dalla palude".

Uscire dalla palude, fuori dalle metafore, significa dimissionare Enrico Letta e prendere le redini dell'ennesimo esecutivo non uscito dalle urne, che sarà sostenuto da una maggioranza non diversa da quella che ha retto il governo finora ma con "un nuovo programma (...) aperto alle istanze rappresentate dalle forze sociali ed economiche" come si legge nel documento votato dalla direzione Pd e approvato con 136 sì, 16 no e 2 astenuti.

Immediatamente dopo il discorso di Renzi, Forza Italia ha chiesto la crisi sia discussa in aula: "Il premier rimetta il mandato a Napolitano e sia rimandato alle Camere per la parlamentarizzazione della sfiucia: in caso contrario sarebbe uno strappo della prassi costituzionale - ha chiesto in diretta al TgLa7 il capogruppo alla Camera Renato Brunetta - Il PD non rappresenta tutta la vita politica italiana, se vogliono un nuovo governo vengano a spiegarlo in Parlamento". Stessa posizione è stata espressa anche dalle altre opposizioni, da parte di Sel con Gennario Migliore e del Movimento 5 Stelle, che con le parole del co-fondatore Gianroberto Casaleggio invita a tornare alle urne: "E' il parlamento che deve decidere, sono i cittadini che devono decidere attraverso il voto popolare. Non può essere qualcun altro che si sostituisce alla volontà elettorale".

Alle 12.30 di venerdì 14 febbraio Enrico Letta si recherà al Quirinale per aprire formalmente la crisi: a quel punto il presidente della Repubblica avvierà come da prassi un giro di consultazioni, che sarà probabilmente concentrato in pochi giorni, per sondare la possibilità di affidare a Matteo Renzi l’incarico di formare il nuovo Governo. Al sindaco di Firenze spetterà poi il compito di consultare le forze politiche alla ricerca di una maggioranza che sostenga il suo esecutivo.

Se Sel non chiude formalmente le porte al tentativo del segretario Pd (a patto che Renzi scarichi Alfano) che sarà certamente oggetto di discussione nell'assemblea di partito di sabato, il Nuovo Centro Destra pone una condizione imprescindibile: "Siamo indisponibili ad un gverno politico di sinistra o di centrosinista, perchè noi siamo il Nuovo Centro Destra e se non ci sono le condizioni politiche per far valere le nostre istanze, quelle del ceto medio italiano, diremo no alla nascita del nuovo governo - ha dichiarato Alfano in conferenza stampa - Solo se riusciremo ad incidere sul programma prenderemo in considerazione l'idea di far parte di un governo di servizio, necessità o urgenza che dir si voglia (...) Se il governo si sposta a sinistra siamo pronti ad andare al voto".

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