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Fede, Minetti e Mora rinviati a giudizio per il caso Ruby

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Rinviati a giudizio Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora. Il tribunale di Milano ha ritenuto fondate le accuse di induzione e favoreggiamento della prostituzione in relazione ai (presunti) festini ad Arcore a carico dei tre e ha fissato la prima data del dibattimento per il prossimo 21 novembre davanti alla quinta sezione penale.

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Dunque niente proscioglimento per il direttore del TG4, il consigliere regionale della Lombardia e l'agente dei vip - come richiesto dagli avvocati - e anzi la contemporanea decisione da parte della corte di respingere la richiesta di trasferire gli atti al Tribunale di Messina in considerazione dell'eccezione di incompetenza territoriale delle difese degli imputati.

"Tutto secondo le previsioni, anche se la velocità è inusuale" hanno commentato con sarcasmo i legali di Lele Mora, alludendo alla rapidità di svolgimento del processo. Osservazione che non ha mancato di fare anche l'avvocato di Emilio Fede, Gaetano Pecorella, spiegando che sono stati battuti due record: "primo, il giudice ha dato ragione solo al pm e secondo, non era mai stata fissata una udienza a meno di due mesi dal rinvio a giudizio. In nessun processo ci sono stati tempi così ravvicinati". Telegrafico invece il commento del difensore di Nicole Minetti, Pier Maria Corso: "ci difenderemo davanti al Tribunale".

E se la strategia difensiva di quest'ultima sembra essere quella di addossare ogni responsabilità a Giampaolo Tarantini - accusando l'imprenditore di essere lui l'intermediario che si occupava di portare le ragazze ad Arcore - il legale di Emilio Fede ha invece tentato una mossa a sorpresa, chiedendo la trascrizione di tutte le telefonate, tra cui alcune che che non sono mai state trascritte e che riguardano Silvio Berlusconi e l'europarlamentare Licia Ronzulli. Tuttavia la richiesta è stata respinta dal gup in considerazione della richiesta dei pm di salvaguardare le prerogative dei parlamentari.

E se per la 'cricca' la situazione non è rosea, meglio non va a Silvio Berlusconi. I giudici milanesi hanno infatti respinto la richiesta avanzata dagli avvocati del Presidente del Consiglio di sospendere il processo fino al 15 febbraio, in attesa di conoscere la decisione della Consulta sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Unico imputato a Milano nell'ambito dell'inchiesta Ruby - che lo vede accusato di concussione e prostituzione minorile - il Cavaliere dovrà dunque presentarsi in aula il prossimo 22 ottobre.

Piero Longo - difensore del Premier insieme a Niccolò Ghedini - ha argomentato davanti ai giudici che a indagare il Presidente del Consiglio è competente il Tribunale dei Ministri e che non c'è urgenza nel celebrare il processo perché non ci sono imputati detenuti e testimoni molto anziani, ma il procuratore Ilda Boccassini si è immediatamente opposto, sostenendo che il codice di procedura penale non prevede l'obbligo della sospensione in casi come questi a meno di ragioni di opportunità che, nella situazione specifica, non sussistono.

Un 'no' che Niccolò Ghedini ha giudicato "uno schiaffo alla Corte Costituzionale", lamentandosi anche dell'accelerazione impressa dai giudici al processo e del mancato rispetto degli accordi per i quali le udienze avrebbero dovuto tenersi il lunedì: "noi questo accordo lo abbiamo rispettato, il tribunale no".

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