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Giulio Andreotti è morto: era il simbolo del potere democristiano

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Dopo tanti falsi annunci, questa volta la notizia è vera: Giulio Andreotti è morto. Il senatore a vita e simbolo del potere democristiano, oltre che protagonista indiscusso della vita politica italiana della seconda metà del XX secolo, si è spento alle 12.25 nella sua abitazione a Roma all'età di 94 anni. Già comunicata la data dei funerali, che si terranno nella Capitale domani pomeriggio. A dare la notizia del decesso del politico sono stati i familiari, che hanno anche annunciato che le esequie saranno in forma privata.

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Nato il 14 gennaio 1919, Giulio Andreotti è stato sette volte Presidente del Consiglio, otto ministro della Difesa, cinque degli Esteri, tre delle Partecipazioni Statali, due delle Finanze, del Bilancio e dell'Industria e una volta del Tesoro, dell'Interno, dei Beni Culturali e delle Politiche Comunitarie, confermandosi non solo uno dei politici italiani più longevi anagraficamente, ma anche a livello professionale. Ininterrottamente presente nell'assemblea legislativa dal 1945 al 1991, successivamente è stato nominato senatore a vita, rimanendo così di fatto parte integrante della cosa pubblica, seppur non in maniera attiva.

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Alla politica Andreotti arriva durante gli studi universitari, durante i quali entra a far parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, l'unica tollerata dal regime fascista, e viene poi introdotto sulla scena nazionale da Alcide De Gasperi, che nel 1945 lo nomina componente della Consulta nazionale. Da lì in avanti la carriera del giovane democristiano non si ferma più, portandolo a diventare nel 1947 sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (su esortazione del futuro Papa, Giovanni Battista Montini) e poi ministro degli Interni nel 1954, durante il governo Fanfani. La prima volta come premier, invece, risale al 1972.

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Protagonista di alcuni dei momenti storici più importanti della recente storia di italia, Andreotti ha un ruolo di primissimo piano anche durante il sequestro di Aldo Moro, sposando la linea della fermezza e rifiutando ogni trattativa con i terroristi in nome della "ragione di Stato". Una posizione che gli costa le critiche durissime della famiglia dello statista rapito che, per parte sua, nel memoriale scritto in prigionia non gli lesina giudizi tranchant. Per far fronte al'emergenza nazionale aperta dal sequestro di Moro, Andreotti inaugura la cosiddetta 'esperienza della solidarietà nazionale', che prosegue anche dopo l'uccisione dello statista.

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Politico espertissimo e scaltro e uomo discusso, Andreotti vive gli anni di Bettino Craxi e Francesco Cossiga ed è sottoposto a giudizio a Palermo per associazione per delinquere con Cosa Nostra, con la Corte che dopo l'assoluzione del 23 ottobre 1999, il 2 maggio 2003 stabilisce invece che il senatore a vita ha "commesso" il "reato di partecipazione all'associazione per delinquere", definendolo "concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980". Detto reato tuttvia risulta "estinto per prescrizione".

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Appena si è diffusa la notizia della morte di Andreotti, sono stati tantissimi i messaggi e i commenti dei protagonisti della politica, di oggi e di ieri. "Giulio Andreotti è stato uno dei più straordinari protagonisti della storia italiana: un grande padre della Democrazia Cristiana a cui tutti noi dobbiamo molto", ha detto il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, cui hanno fatto eco Casini - "è stato la politica" - e Schifani: "Con Andreotti scompare il simbolo della nostra vita democratica". "Si è trattato certamente di un leader anche molto discusso nei diversi momenti della sua lunga esperienza politica e per la sua concezione del potere", tuttavia ha concorso "in modo determinante a fare la storia dell'Italia repubblicana", ha commentato D'Alema, mentre i siti, giornali e tv di tutto il mondo battevano la notizia della morte del senatore.

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