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Giuseppe Mussari, si dimette presidente dell'Abi per scandalo 'Alexandria'. Imbarazzo Pd

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Dopo lo scandalo dei derivati di Banca Monte dei Paschi di Siena, la cosiddetta 'operazione Alexandria', svelato da Il Fatto Quotidiano, l'ex presidente dell'Istituto e oggi presidente dell'Abi (Associazione Bancaria Italiana), Giuseppe Mussari, nella serata di ieri ha rassegnato le dimissioni dalla guida dell'organismo che ha tra i suoi primi compiti proprio quello di tutelare l'immagine del sistema creditizio italiano.

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"Ritengo di dover rassegnare con effetto immediato e in maniera irrevocabile le dimissioni da presidente dell'Associazione bancaria italiana", ha scritto Mussari in una lettera indirizzata al vicepresidente vicario di Abi, Camillo Venesio, spiegando di assumere "questa decisione convinto di aver sempre operato nel rispetto del nostro ordinamento ma, nello stesso tempo, deciso a non recare alcun nocumento, anche indiretto, all'associazione". L'ex presidente di MPS ha quindi concluso affermando, "in questi tre anni", di aver cercato di "servire l'associazione mettendo a disposizione tutte le energie fisiche e intellettuali di cui disponevo, usufruendo dell'insostituibile contributo della direzione di tutti i dipendenti dell'associazione".

Le dimissioni di Mussari sarebbero dunque un atto dovuto, imposto dalle circostanze e dalla volontà di non danneggiare la reputazione dell'Associazione Bancaria Italiana, e non un'ammissione di colpevolezza. Su questo punto, anzi, l'ex presidente di MPS è molto chiaro e respinge ogni addebito. La sua scelta, tuttavia, non impedisce che sul funzionamento e la gestione del sistema creditizio nazionale si allunghi più di un'ombra e, tra l'altro, è arrivata proprio quando all'Abi erano in visita 'di routine' gli esperti del Fondo Monetario Internazionale.

Banca Monte dei Paschi di Siena è da tempo nell'occhio del ciclone per alcune operazioni 'spregiudicate', effettuate proprio all'epoca della presidenza di Mussari, che hanno portato l'istituto a un 'buco' da 3.4 miliardi di euro, con la conseguenza di dover mettere in atto una pesante ristrutturazione (con 4.600 esuberi in 3 anni, fino al 2015) e ricorrere in maniera massiccia ai cosiddetti Monti Bond. Una débâcle finanziaria, all'origine della quale, secondo gli analisti, vi sarebbe l'acquisizione di Banca Antonveneta nel 2007, per 10.3 miliardi di euro.

E proprio per cercare di sanare i conti, nel tentativo di 'abbellire' il bilancio 2009, Mussari e l'ex dg, Antonio Vigni, hanno stipulato con la banca giapponese Nomura un contratto che, alla luce del sole, consisteva nell'impegno dell'istituto orientale di riprendersi indietro i derivati tossici Alexandria, scambiandoli con un altro sicuro, basato su obbligazioni emesse da Ge capita, ma che 'in segreto' prevedeva invece da parte di MPS pronti contro termine a 30 anni a vantaggio di Nomura, per un costo complessivo dell'operazione stimato in 220 milioni di perdite immediate per l'istituto toscano.

L'operazione è venuta alla luce solo lo scorso 10 ottobre 2012 e il consiglio di amministrazione di MPS se ne occuperà il prossimo 24 gennaio, ma quello che per il momento è certo è che Alexandria farà aumentare di altri 500 milioni di euro la richiesta da parte della banca di Monti Bond al ministero dell'Economia e che la spregiudicata 'ristrutturazione del debito' di Mussari è - come sempre - ricaduta sulle spalle dei contribuenti italiani.

Come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge anche un altro motivo di 'imbarazzo' per il sistema creditizio italiano. Nel Belpaese, infatti, nonostante le privatizzazioni, la politica continua a essere legata a doppio mandato alle banche e nel caso di MPS, in particolare, di mezzo c'è il Pd, ovvero quello che allo stato attuale dei fatti è il 'partito forte' alle prossime elezioni politiche di febbraio. L'istituto toscano, infatti, è controllato da una Fondazione, che a sua volta è controllata dal Comune di Siena, che è considerato un vero e proprio 'feudo' del Pd. Non a caso, quando Alessandro Profumo, attuale presidente di MPS, è arrivato alla guida della banca, ha 'scoperto' che nelle controllate c'erano circa 30 cariche attribuite con nomine politiche. Una bufera che alla vigilia delle elezioni il Pd di Pierluigi Bersani rischia di pagare molto cara...

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