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Grazia a Berlusconi: Napolitano può concederla? Pd: "Niente riforma della giustizia. Basta ricatti"

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O la grazia per Berlusconi e la riforma della giustizia, o le dimissioni di massa dal Parlamento e dal Governo: è questo il braccio di ferro innescato dal Pdl dopo la riunione a Montecitorio all'indomani della sentenza di condanna nel processo Mediaset a 4 anni di carcere per l'ex premier. A chiedere espressamente al Capo dello Stato l'atto di clemenza individuale per Berlusconi saranno i capigruppo Pdl di Camera e Senato Brunetta e Schifani, che hanno in mano la disponibilità di tutti i parlamentari a rassegnare dimissioni immediate. Un salvacondotto per Berlusconi in cambio della tenuta delle larghe intese. O piuttosto un "ricatto" bello e buono, come l'ha definito ieri Rosy Bindi.

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L'idea è quella di salvare Berlusconi, non tanto dal carcere (che a causa della riduzione della pena per l'indulto e l'avanzata età non sconterebbe comunque), ma da un'esclusione per via giudiziaria dalla vita politica del Paese. L'esecuzione della condanna è già stata firmata dal pm di Milano Ferdinando Pomarici, con pena sospesa per il periodo feriale fino al 16 settembre: da allora il condannato Berlusconi avrà un mese di tempo per chiedere al magistrato di sorveglianza di scontare la pena ai domiciliari o di essere affidato ai servizi sociali. Ma il leader Pdl sta già pensando a come evitare tutto ciò. Secondo quanto riporta Tommaso Labate sul Corriere, starebbe valutando la possibilità di ricandidarsi premier da qui ad ottobre, prima che venga ricalcolata e successivamente confermata in Cassazione la pena accessoria all'interdizione dai pubblici uffici (ma di fatto la legge Severino lo condanna all'ineleggibilità per sei anni anche in assenza della pena accessoria). O, in alternativa, di candidare al suo posto la figlia Marina, presidente di Mediaset, la più simile a lui per piglio e determinazione, la più berlusconiana dei suoi figli, come la definiscono in molti. E come sempre negli ultimi mesi, ora l'attenzione è tutta rivolta alle decisioni di Napolitano, grande caldeggiatore del governo Pd-Pdl-Scelta civica e ora al centro del pressing di uno dei principali azionisti di governo.

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Già un mese fa il Quirinale faceva sapere che le ricostruzioni di Libero su un'ipotetica grazia allo studio del Capo dello stato con il benestare del premier Letta era pura fantasia, anzi "segno di analfabetismo istituzionale": "Si smentisce nel modo più assoluto che ci siano sulla scrivania del presidente pratiche immaginarie come quella descritta". Interpellati su questa ipotesi, ambienti del Quirinale hanno ricordato anche dopo l'annuncio di Brunetta e Schifani che è la legge a stabilire quali sono i soggetti titolati a presentare la domanda di grazia. La grazia è disciplinata dal codice di procedura penale, all'articolo 681: non sono indicate dalla legge le caratteristiche dei condannati che possono inoltrare la domanda, che deve essere accompagnata da un parere del procuratore generale preso la corte d'Appello. Tuttavia, si tratta di tratta di un istituto clemenziale che in genere è indirizzato nei confronti di chi abbia manifestato buona condotta e redenzione: l'istituto interviene ad estinguere, in tutto o in parte, la pena inflitta con la sentenza definitiva o la converte in un'altra prevista dalla legge, può estinguere anche le pene accessorie, ma non gli altri effetti penali della condanna e può essere sottoposta a condizioni particolari. Ma quel che è certo è che per prassi non viene concessa a chi ha procedimenti giudiziari pendenti per reati commessi prima, e soprattutto dopo, il reato per cui si è stati condannati con sentenza passata in giudicato (e questo impedirebbe al plurimputato Berlusconi, di prassi, di ottenere la clemenza). La domanda è diretta al Capo dello Stato e va presentata al ministro della Giustizia, va sottoscritta dal condannato, da un suo prossimo congiunto, dal convivente, dal tutore o curatore, oppure da un avvocato. Non è escluso però che la grazia possa essere concessa d' ufficio dal Presidente, cioè in assenza di domanda e proposta, ma sempre dopo che è stata compiuta l'istruttoria. Durante il primo mandato, Napolitano ha concesso la grazia per 23 volte, di cui 5 senza che venisse presentata domanda.

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E mentre il dibattito giuridico comincia ad infiammarsi alla ricerca del cavillo di legge che agirebbe pro o contro la richiesta di grazia per Berlusconi, anche l'opposizione comincia a mettere dei paletti. Perchè se nell'immediato post-sentenza Epifani si era limitato a dichiarare che il Pd avrebbe preso atto della condanna e si sarebbe adoperato per la sua esecuzione nelle sedi parlamentari, adesso le condizioni sono cambiate e si è di fronte alla prova di forza inscenata dall'alleato di governo con richieste ben precise. Intervistato alla Festa del Pd di Villalunga di Casalgrande nel Reggiano dal direttore de L'Unità, Claudio Sardo, Epifani ha bocciato la reazione del Pdl alla condanna: "Siamo di fronte a ricette inquietanti, se chiede al presidente della Repubblica una cosa come la grazia e tira in mezzo Napolitano è una pressione indebita (...) Se la scordano una riforma della giustizia come vorrebbero fare per fare una svolta a loro uso e consumo". Il segretario del Pd accusa il centrodestra di voler "gettare su di noi quello che intende fare, dobbiamo essere sereni e fermi sulle nostre posizioni, rigidi sul centrodestra e prepararci a tutto". A questo punto è chiaro che la minaccia del Pdl rischia di aprire una crisi di governo da un momento all'altro, a dispetto di tutti i richiami alla serietà e alla separazione delle vicende giudiziarie dalla sopravvivenza dell'esecutivo: "La responsabilità non può essere gettata solo da una parte, o è di tutti o non è di nessuno. Non ci faremo gettare in una gigante rissa - ha concluso Epifani - risponderemo colpo su colpo se si alzerà lo scontro sulla magistratura e sul presidente della Repubblica".

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Al segretario Epifani fanno eco dal partito Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, e il renziano ex ministro delle Telecomunicazioni Paolo Gentiloni: "Il Pdl si conferma un unicum nelle democrazie occidentali - ha dichiarato Fassina - Alfano è un vicepresidente del consiglio sopravvissuto politicamente per enorme senso di responsabilità del Pd verso l’Italia. Oggi minaccia le dimissioni dei ministri Pdl. Si comporta come se la presenza del Pdl al governo fosse un favore al Pd, mentre il Pd cerca di affrontare le emergenze dell’Italia. Se i ministri Pdl sono convinti delle loro ragioni si dimettano. Basta minacce e ricatti. Il Pd non si fa ricattare". Sulla stessa linea Paolo Gentiloni: "Le dimissioni dei parlamentari del Pdl sono una farsa vergognosa e intollerabili sono le pressioni su Napolitano, così non si va lontano".

Intanto il Pdl si prepara a scendere in piazza domenica con una manifestazione a sostegno di Silvio Berlusconi. Non si esclude che vi partecipi lo stesso Cavaliere, per chiamare a raccolta gli elettori del partito e rilanciare l'idea di Forza Italia. Prevale dunque trasversalmente la linea dei falchi Pdl (come quella della pitonessa Santanchè, che aveva addirittura minacciato il blocco delle autostrade in caso di condanna del leader): "Si trovi una soluzione per Berlusconi o sarà la guerra civile" ha tuonato Sandro Bondi. I vertici del partito di via dell'Umiltà hanno dato l'ok finale ad una grande mobilitazione a Roma, che si terrà a piazza Santi Apostoli alle 18.

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