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Grecia, referendum: Varoufakis minaccia le dimissioni in caso di vittoria del sì

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Siccome ogni mondo è paese, anche in Grecia le certezze assolute in campo politico sono delle ballerine in grado di riservare piroette a sorpresa. Per dire: il referendum che era dato per scontato, è ancora in bilico a 72 ore dalla chiamata alle urne.

Il dubbio pende insieme ad un ricorso presentato al consiglio di stato greco. Il referendum sarebbe anticostituzionale perché, oltre a non essere esposto in modo chiaro, riguarda il tema della finanza pubblica. D'altro canto, ci sarebbero 12 avvocati (icini a Syriza) pronti ad un controricorso

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In tutto ciò, come se non bastasse il gran caos, arrivano gli impietosi giudizi delle agenzie di rating. Moody's taglia ancora le stime rispetto alla possibilità che la Grecia ripaghi i propri debiti ai creditori.

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Standard&Poor's ritiene che il Pil greco, in caso di default, sprofondi del 20% sotto il livello base. Ciliegina sulla torta, ecco le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, secondo le quali la Grecia avrebbe bisogno di 50 miliardi da qui al 2018.

Situazione disperata. Grecia e unione Europea appaiono sempre più distanti. Mentre Matteo Renzi è convinto che Tsipras stia per tornare ad aprire un tavolo di trattative, il ministro dell'Economia greco, Varoufakis, annuncia le dimissioni in caso di vittoria dei sì al referendum. "Ma se dovessero trionfare i no torneremmo a trattare".

Il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, si mostra, almeno a parole, vicino al popolo greco. "E' il loro momento. Lasciamoli decidere con il referendum, poi vedremo".

Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppo, e Francois Hollande tifano apertamente per i sì. Non disdegnando la strategia del terrore. "Se vincessero i no, come potremmo riaprire una trattaiva?", dichiara il primo, "se i sì perdessero entremmo in qualcosa di sconosciuto", prevede il secondo. Peccato che entrambi agitino un film drammatico davanti a gente ampiamente abituata a pellicole dell'orrore.

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