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Il direttore del Giornale rischia il carcere. La difesa di Travaglio: "Salvate il soldato Sallusti"

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La notizia è stata lanciata da un titolo-shock apparso venerdì 21 settembre sulla prima pagina del quotidiano di Feltri e Sallusti: "Stanno per arrestare il direttore del Giornale". Ed è proprio l’editoriale di Feltri a spiegare l’incredibile vicenda che potrebbe portare in carcere il suo collega di scrivania: Alessandro Sallusti era direttore di Libero quando, nel 2007, venne querelato da un magistrato di Torino per un articolo di cronaca ed un corsivo pubblicato con un nome di fantasia, lo pseudonimo Dreyfus.

Notizia oggetto degli articoli era la vicenda di una ragazzina di tredici anni che aveva deciso di abortire per sua volontà, su autorizzazione del giudice. Il quotidiano diretto da Sallusti aveva riportato la notizia in prima pagina con un titolo indubbiamente forte: "Il giudice ordina l’aborto. La legge più forte della vita". E ancor più tagliante era il contenuto del commento firmato da Dreyfus: "Se ci fosse la pena di morte questo sarebbe il caso: per i genitori, il ginecologo e il giudice (...) Questo racconto è specchio dei poteri che ci dominano".

Feltri e Sallusti: amici-nemici

In seguito alla pubblicazione dell’editoriale, Sallusti fu querelato da un magistrato di Torino, Giuseppe Cocilovo, che pur non citato direttamente nel pezzo, si sentì diffamato da quelle parole. La condanna di primo grado per il direttore fu una sanzione pecuniaria di 5.000 euro e un risarcimento danni di 30.000, ma dopo il ricorso del magistrato, la Corte d’Appello ha rideterminato la pena aggiungendo un anno e due mesi di reclusione senza sospensione condizionale, a causa dei precedenti del direttore per reati analoghi. Ora si attende la sentenza definitiva della Cassazione, prevista la prossima settimana, ma poiché quello di terzo grado è un giudizio procedurale e non di merito, se non dovesse emergere alcun difetto di legittimità è del tutto probabile che la sentenza di condanna venga confermata così com’è.

"Ho paura di vivere in un paese in cui si mettono in carcere le idee - ha dichiarato Sallusti ai microfoni del Tg La7 di Enrico Mentana – Mi preoccupa il silenzio delle più alte cariche dello Stato e del Governo che presumo per motivi di antipatia personale o ideologici non hanno detto nula su questa vicenda". In realtà qualche reazione c’è stata e Sallusti ha incassato non pochi attestati di solidarietà: a partire dagli esponenti politici più vicini al centrodestra, come Cicchitto, Formigoni, Bondi e Frattini. Anche l’Ordine dei Giornalisti si è mosso con un appello al governo e in particolare al Ministro della Giustizia Severino affinché si riveda la legge sulla stampa in merito alla carcerazione.

E una mano tesa, inaspettata, è arrivata anche da Marco Travaglio: il vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, ha pubblicato questa mattina un lungo editoriale a difesa di Sallusti, sostenendo che nessun giornalista può e deve andare in carcere per aver espresso le proprie idee. A maggior ragione Sallusti, che non è nemmeno autore del commento diffamatorio, ma solo responsabile di "omesso controllo" su quanto pubblicato. Il titolo del pezzo di Travaglio è più eloquente di milla parole: "Salvate il soldato Sallusti". Non che il giornalista abbia cambiato idea su Sallusti e sul suo modo di fare informazione, beninteso, ma qui c’è in ballo una questione più generale di libertà: "Che cosa pensiamo di Sallusti i lettori lo sanno benissimo perché l'abbiamo scritto e mille volte lo scriveremo – esordisce Travaglio, per poi rincarare la dose - Non so cosa fosse scritto in quell'articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m'interessa, perché conta il principio (...)". Bando agli insulti, alle acerrime critiche reciproche, alle vendette a colpi di tastiera: stavolta il problema riguarda tutti, perché l’Italia è una delle poche democrazie occidentali in cui i reati a mezzo stampa si perseguono in via penale.

Marco Travaglio e la querela di Cesare Previti

Peraltro Travaglio ricorda di essere incappato in un episodio simile quando nel 2001 fu querelato da Cesare Previti per un articolo sull’Espresso: quella volta la sentenza di condanna a 8 mesi di carcere con la condizionale fu ridotta al solo risarcimento danni in Appello. Ma allora nessuno dalle parti del Giornale prese le sue difese, anzi lo stesso Sallusti pubblicò sul quotidiano il casellario giudiziario di Travaglio, con l’intenzione di dimostrare che il giustizialista per eccellenza non aveva la fedina immacolata. Ora Travaglio risponde con una presa di posizione che suona tanto come uno schiaffo morale ai colleghi "nemici": "Riperto contano i princìpi. Che non si possono cambiare ogni mattina come le camicie, gli slip e i calzini. Il principio, peraltro ovvio in tutti i paesi civili, è che nessun giornalista può rischiare in prima battuta il carcere (anche se finto, come da noi) per quello che scrive. Nemmeno se è sbagliato o impreciso, e neanche se è dolosamente diffamatorio (come purtroppo sono le campagne degli house organ berlusconiani contro chiunque si metta sulla strada di B., anzi contro chiunque indossi una toga)". La sentanza definitiva sul caso Sallusti è attesa il prossimo 26 settembre.

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