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Jobs Act approvato alla Camera: minoranza Pd e opposizioni unite contro i "licenziamenti facili"

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L’approvazione del "Jobs Act" in via definitiva alla Camera è costata a Matteo Renzi uno strappo doloroso con l'ormai agguerrita minoranza Pd, ma alla fine i pur stretti numeri hanno garantito alla riforma del lavoro del governo il semaforo verde nei tempi previsti.

Jobs Act, licenziamenti più facili e contratto a tutele progressive: le nuove norme

Usciti dall’aula in segno di protesta, gli esponenti del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord hanno confermato un’opposizione radicale al provvedimento che abolisce l’articolo 18 e le residue difese legali contro i licenziamenti economici e per motivi disciplinari (salvo precise eccezioni), trovando stavolta sponda nei colleghi di Forza Italia, di Sel e dei dissidenti di area democratica.

Quali novità col nuovo regime contrattuale introdotto dal Jobs Act “renziano”? A fronte di una maggiore attenzione al tempo indeterminato, riassunta nella formula delle tutele crescenti proporzionate all’anzianità di servizio del dipendente, si segnala un ulteriore passo nella direzione della flessibilità, nel senso auspicato dalle imprese e da una parte della maggioranza meno legata al sindacato ed alla sinistra tradizionale.

(Il ministro del Lavoro Poletti difende il Jobs Act e minimizza sul dissenso nel Pd)

I criteri di delega in campo di ammortizzatori sociali cambieranno in maniera sostanziale nelle prossime settimane, così come le procedure di allontanamento dal posto di lavoro, decisamente semplificate e ormai lontane dalla disciplina protettiva prevista per oltre 40 anni dallo Statuto dei Lavoratori.

Significativa, dal punto di vista politico, la rottura consumata ieri in occasione della votazione finale sul Jobs Act, modificato in alcuni punti e tuttavia lasciato intatto nella sua spina dorsale rappresentata dal superamento dell’obbligo di reintegro ai sensi dell'articolo 18 a favore di un risarcimento economico tranne alcuni casi come i licenziamenti nulli, discriminatori o disciplinari ingiustificati per i quali sarà ancora possibile ricorrere in sede giudiziaria.

Trecentosedici i ottenuti in un pomeriggio ad alta tensione dal ddl di delega a Montecitorio, con appena un voto in più della maggioranza assoluta alla Camera e tante critiche forse destinate ad avere un’eco importante dentro il partito del premier.

Pubblicato da Marco Franco - Profilo Google+ - Leggi più articoli di Marco Franco

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