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Matteo Renzi Presidente del Consiglio: il sindaco accetta e il Pd tenta il blitz

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La voce circola, e man mano che passano le ore diventa sempre meno ipotesi e sempre più realtà: Matteo Renzi Presidente del Consiglio per dare una scossa al Pd - ed evitare una reggenza di soliti (vecchi) noti - e formare un governo che provi a dare un senso al voto degli italiani. Dopo la rielezione di Giorgio Napolitano e l'eventualità di un esecutivo del Capo dello Stato, con facce che fanno parte della scena politica da vent'anni almeno, candidare il sindaco di Firenze premier sembra infatti il gesto che potrebbe riconciliare gli elettori con la politica. Almeno in parte. Almeno una parte.

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A sdoganare l'idea, in diretta ieri sera a Piazza Pulita, è stato Matteo Orfini, uno dei principali esponenti dei cosiddetti Giovani Turchi (tradizionalmente bersaniani) che ha immediatemente raccolto il consenso del 'collega di corrente' Andrea Orlando e di Dario Franceschini e del suo grupo Area Democratica (AreaDem). Contrario invece Stefano Fassina.

Ma tant'è, il sasso è stato lanciato e, a differenza di altre volte, questa Renzi sembra intenzionato ad accettare. Del resto, pochi giorni prima delle votazioni per il Quirinale il sindaco di Firenze aveva attaccato il partito e bacchettato Pierluigi Bersani, chiedendo di agire o di andare al voto, e ancora ieri ha ribadito: "Non so come, non so quando, ma io ci sono", candidandosi di fatto a un ruolo di leadership. Pensava già alla Presidenza del Consiglio o, più modestamente, alla guida del Pd?

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In queste ore convulse, è difficile a dirsi, ma certo è che se Renzi accetta, si apre uno scenario composito, nel quale il primi cittadino toscano ha sì tanto da guadagnare, ma anche moltissimo da perdere. Intanto, Renzi diventerebbe il volto istituzionale dell'inciucio, di quel 'governissimo' che la sinistra ha più volte detto di non volere. Un'impasse dalla quale il sindaco però sembra intenzionato a uscire con la pragmaticità: l'esecutivo con il Pdl "non è che lo propongo io, è un dato di fatto", ha detto ancora ieri a Otto e mezzo, da Lilli Gruber. Un modo tutto sommato vincente di uscire dall'angolo, dal quale in questo modo sembrerebbe essere stato messo dagli eventi e, soprattutto, da chi c'è stato prima di lui: salvatore della patria, pronto a sporcarsi per il bene del Paese.

Decisamente più spinosa, invece, la questione Silvio Berlusconi. Se i Giovani Turchi dovessero proporre Renzi premier e il Colle - come sembra dalle ultime notizie che circolano in queste ore - non porre veti, a dare il beneplacito al rappresentante del Pd dovrebbero essere in primis il Cavaliere e la sua formazione. E qui, pesa (di nuovo, dopo la famosa cena ad Arcore) l'incontro tra il primo cittadino e Berlusconi a Parma, la scorsa settimana, in occasione delle celebrazioni per Pietro Barilla. Che cosa si sono detti i due? Prove tenchiche di inciucio anche le loro, ma meno smaccate ed esposte a critiche dell'abbraccio Bersani-Alfano? Perché l'ipotesi più plausibile è che il Cavaliere dia sì il suo benestare, ma in cambio del salvacondotto: e allora, a Renzi va bene diventare quello che per l'ennesima volta ha salvato il Caimano?

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Di contro c'è che sul sindaco ha molto probabilmente ragione Franco Marini, che l'ha definito un uomo "dall'ambizione smisurata": il primo cittadino, infatti, è attratto come una falena dal fuoco dall'idea di salvare il Paese e di battersi con Beppe Grillo e il M5S in Parlamento, mettendolo alle corde. Anche perché, gran parte delle idee di Renzi sono simili a quelle dei Pentastellati, come dimostra la querelle sulla paternità dell'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Potrebbe dunque il Movimento non votare in Aula suoi cavalli di battaglia solo perché proposti dall'odiato avversario del suo leader? Insomma, la trappola si chiuderebbe con una risata di scherno in sottofondo...

E per il Paese? Che cosa significherebbe un esecutivo Renzi? Il sindaco l'ha detto fino allo sfinimento: sarebbe un "governo cambia Italia", con i temi del lavoro e del rinnovamento della politica in primo piano. Due argomenti che mai come oggi stanno a cuore agli elettori stremati dello Stivale. Se il primo cittadino ce la facesse a fare le riforme che ha in mente, avrebbe dunque la strada spianata alle prossime (praticamente sicure) elezioni tra un anno: il Pd sarebbe (volente o nolente, per sopravvivenza) tutto con lui, le primarie diventerebbero una formalità e il voto pure. Ma se fallisse? La corsa diventerebbe durissima e la sua colpa aggravata dal fatto di avere sconfessato gran parte della propria filosofia, compreso quel "chi vince va avanti, chi perde va a casa": se Renzi diventerà premier, infatti, lo diventerà per un 'accordo' al Quirinale, non per merito e acclamazione popolare.

E dunque, è pronto il sindaco a rischiare tutto per un'impresa che potrebbe rivelarsi fatale? La risposta molto presto, oggi pomeriggio con le nuove consultazioni.

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