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Nichi Vendola si scusa per la telefonata sull'Ilva: "Mi vergogno di aver riso, ma difendevo posti di lavoro"

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di Claudia Gagliardi

Nichi Vendola si scusa. Non si dimette, ma si scusa per la telefonata con Girolamo Archinà pubblicata online dal Fatto Quotidiano: quelle risate, quei complimenti descrivendo la scena in cui il capo delle relazioni esterne dell'Ilva strappa il microfono ad un giornalista che chiede conto a Riva dei tumori a Taranto, ha sollevato da più parti richieste di dimissioni. Il leader ci mette più di ventiquattro ore per porgere le sue scuse e lo fa solo nei confronti del cronista deriso. Poi si difende, parlando di un'operazione di "sciacallaggio" nei suoi confronti da parte della stampa.

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Il leader di Sel chiede scusa via Twitter per le espressioni offensive usate nella telefonata con Archinà: "L’unica cosa di cui mi vergogno davvero è di aver riso in quel modo di un giornalista che faceva il suo mestiere, e a cui chiedo scusa". Poi aggiunge: "Non permetterò mai a nessuno di sollevare dubbi sulla mia onestà di e manipolare in modo volgare e strumentale la realtà". E' passato un giorno dall'esplosione del caso dopo la publicazione dell'intercettazione sul sito del Fatto Quotidiano e il governatore si difende davanti ai cronisti nella sede della presidenza della Regione Puglia, spiegando che quell'atteggiamento di deferenza nei confronti del dirigente dell'Ilva rientrava in un'attività diplomatica tesa a mantenere buoni rapporti con l'azienda per proteggere i posti di lavoro garantiti dallo stablimento siderurgico: "Con Archinà sto cercando d'indorare la pillola, di riprendere i contatti, perché quello che mi interessa in quel momento sono le centinaia di lavoratori somministrati, a rischio di perdita del posto, e poi la legge sulle emissioni di benzo(a)pirene".

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Vendola ribadisce che in quella telefonata, in cui commentava divertito lo "scatto felino" con cui Archinà impediva al giornalista di fare domande all'ex patron dell'Ilva, non stava certo ridendo dei malati di tumore. E il rapporto col suo interlocutore era finalizzato allo scopo di spingere l'Ilva ad una politica di rispetto ambientale senza che fossero messi in pericolo i posti di lavoro, come gli stessi sindacati temevano in quei mesi (il governatore al telefono cita la Fiom definendola "la più grande alleata dell'Ilva" per la preoccupazione di mantenere aperta l'azienda). Non ci sono però analogie con altri casi giudiziari che abbiamo visto in questi mesi, sottolinea Vendola (che pure è indagato per concussione nell'inchiesta della Procura di Taranto "Ambiente svenduto"): "Perché avrei dovuto invece vendere la mia anima a Riva? Ho avuto in cambio dei gioielli, dei diamanti, uno yacht, un grattacielo: non ho avuto niente, non c’è neanche un finanziamento lecito che mi riguardi. Quindi, quale era il mio obiettivo se non cambiare la storia di Taranto ridando speranza a quella povera città? Sono dispiaciuto - dice Vendola riferendosi all'atteggiamento derisorio nei confronti del cronista coinvolto - è del tutto evidente che il maltrattamento era strumentale a quella 'captatio benevolentiae' con il mio interlocutore".

La "confidenza" con Archinà, che era "l’ambasciatore della proprietà", secondo Vendola "era normale" perché mirata al raggiungimento di uno scopo ben preciso: "Difendere i posti di lavoro non è una cosa di cui debba vergognarmi. Sono orgoglioso di aver difeso ogni giorno ogni singolo posto di lavoro cercando di porre tutte le aziende davanti al loro dovere di 'ambientalizzare' gli impianti".

In un'artcolata intervista a Repubblica Vendola dice di provare "un po' di vergogna per aver riso in qualche modo di un giornalista che stava facendo il suo lavoro", spiegando che quel riferimento alla Fiom nella sua telefonata era teso a spingere l'Ilva ad avere "relazioni industriali proprio con chi, in quel momento, loro ritenevano essere il nemico numero uno, quelli cioè con cui era in conflitto". Poi si esprime sull'inchiesta per disastro ambientale nell'ambito della quale Archinà è finito agli arresti domiciliari: "Ci sono a suo carico indizi molto gravi. Con il senno di poi, non posso che rammaricarmi. Sfido chiunque a ripensare a tutte le telefonate, pure quelle confidenziali, avute con le persone che successivamente rivelate essere differenti".

Ottenuto l'appoggio dei gruppi politici che sostengono la sua maggioranza alla Regione, oltre alla solidarietà della segreteria nazionale di Sel, il governatore va avanti e alle dimissioni, chieste dal Movimento 5 Stelle, non ci pensa nemmeno.

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