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No cav day. L'editoriale di Zoro

 di Zoro

Di quando si tifa la maglia, comunque, sperando in tempi migliori

Se della tua squadra del cuore facessero parte solo giocatori di scarso talento non sarebbe ancora un buon motivo per non guardarne più le partite e soprattutto non sarebbe mai un buon motivo per smettere di sostenerla, magari stimolando chi di dovere a migliorare la situazione, a prendere provvedimenti, a far sì che ogni singolo giocatore, qualunque sia il suo ruolo, dia il massimo per la causa comune, senza, se possibile, mirare all'incrocio dei pali della propria porta.

Se è vero che la parola "tifoso" implica faziosità e una tara genetica impossibile da cambiare, anche il ruolo di "militante" o "elettore", soprattutto di questi tempi, non garantisce approccio sereno e pacato alla discussione, ma per crescere di senso richiede partecipazione e presenza, anima e corpo. E' fondamentalmente per questo motivo che tanti elettori di sinistra hanno dimostrato ieri, ammassandosi al caldo davanti a relatori astrusamente assemblati, di voler partecipare, disposti ancora una volta a mangiare il rospo di un totale vuoto di rappresentanza, desiderosi di dare l'esempio a chi dovrebbe darne loro.

Quel popolo che si è ritrovato a votare Calearo, Madia o Rutelli (parlo del PD, ma il discorso vale anche per gli altri partiti di sinistra) ieri si è ritrovato ad ascoltare relatori improvvisati e spesso inopportuni ed egoisti alle prese con un lavoro non loro (sì, ritengo la politica un lavoro, umile e faticoso, da artigiani della fanga, che come tanti altri in Italia non fa quasi più nessuno).

E' per questo che da ieri sono ancora più incazzato di quanto lo sia stato negli ultimi tempi con Veltroni. Perché la maggior parte di quella piazza gremita sarebbe stata, potenzialmente, anche la sua, ad averne avuto il coraggio e in tanti avremmo gradito. Di Pietro l'ha capito, Colombo ci ha provato, altri hanno preferito arricciare il naso per poi puntare il dito e dire così non si fa, noi non siamo fatti così, sempre e comunque senza sporcarsi mai, senza sporcarsi più.

Con mia grande e compiaciuta sorpresa, di gente desiderosa di buttare in caciara la partita ieri ne ho vista pochissima, quella fisiologica in ogni manifestazione ma visibilmente marginale e davvero minoritaria. Quando il microfono è passato al traballante collegamento audio con un Grillo pateticamente proteso alla caciara, gli applausi sono stati pochi, qualche fischio s'è levato, ma l'atteggiamento più diffuso, maturo e rassegnato è stato quello di frustrata indifferenza al cospetto di un'anarchia oratoria oltremodo autolesionistica, ma dati causa e pretesto, inevitabile.

Esultare oggi, come fanno gli assenti di ieri, per il prevedibile protagonismo di Travaglio, Grillo o Guzzanti è cosa triste, miope, e per niente rispettosa di chi, a costo di battagliare oggi per quelle ragioni che hanno portato Veltroni a chiedere ottobrate in piazza e firme "per la democrazia", è tornato dopo molti anni, come me, a farsi popolo, o almeno a provarci.

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