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Processo Ruby: Arcore? Un bordello

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Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti rinviati a giudizio. Il procuratore aggiunto Pietro Forno e il pm Antonio Sangermano hanno chiesto di processare i tre per le ipotesi di reato di induzione e favoreggiamento della prostituzione - anche minorile nel caso di Ruby - e il gup Maria Grazia Domanico ha accolto la loro istanza, rinviando l'udienza preliminare al prossimo 11 luglio e fissando anche un'altra data, il 13 luglio.

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Una requisitoria "a tinte fosche" - come l'ha definita l'avvocato difensore del direttore del TG4, Nadia Alecci - quella del procuratore Forno, che ha indicato in Lele Mora l''arruolatore' delle ragazze per animare i festini del Premier, in Emilio Fede il 'fidelizzatore' e in Nicole Minetti l'organizzatore economico e logistico della serate hot nelle ville di Silvio Berlusconi, parlando apertamente di un 'bordello' dove la "mercificazione della fisicità della donna" e la "mortificazione della dignità femminile" erano due pratiche abituali.

Ma i termini usati non sono piaciuti agli avvocati delle difese - "alcune espressioni francamente potevano essere risparmiate. Ci è sembrata una follia ingiustificata" ha ribattuto l'Alecci durante un'intervista al Corriere della Sera - e in serata il procuratore Forno ha fatto marcia indietro: "non ho mai detto che Arcore era un bordello. Il termine bordello è stato utilizzato come riferimento storico alla divisione dei compiti prevista dalla legge Merlin che, come noto, prevedeva la soppressione delle case chiuse".

Dispute terminologiche a parte, resta il fatto che il cosiddetto 'processo Ruby' ha finalmente preso il via e - date le premesse - c'è da scommettere che sarà un evento politico e mediatico dove non mancheranno polemiche, rivelazioni e tutto quanto contribuisce a creare quei feuilleton che appassionano e dividono l'opinione pubblica. La prima querelle è quella legata al ruolo di Ambra Danese e Chiara Battilana, le due aspiranti Miss condotte da Fede ad Arcore e scappate dalla residenza del Premier 'sconvolte' dall'andamento della serata. Il gup ha accettato la loro richiesta di costituirsi parte civile perché le ha ritenute parte lesa per aver "subito un danno non patrimoniale costituito dalla profonda ed enorme sofferenza subita". Ma ha anche accolto la richiesta di un risarcimento per i danni patrimoniali dovuti alla "perdita di chance lavorative" conseguente all'essere state considerate escort. Istanze che l'avvocato Alecci ha ritenuto 'inammissibili': "abbiamo detto che è inammissibile perché, dopo aver dichiarato a verbale di non essere delle prostitute e di non aver avuto rapporti ad Arcore, si sono costituite dicendo di aver avuto da questa situazione un danno di immagine".

Una gestione dei testi e delle prove che non è piaciuta neppure al legale di Berlusconi, Niccolò Ghedini: "le dichiarazioni dei pubblici ministeri nel processo in corso a Milano nei confronti di Mora, Fede e Minetti in relazione alle serate ad Arcore, sono totalmente destituite di fondamento ed in palese contrasto con la realtà ampiamente e puntualmente narrata da decine di persone che hanno affermato come mai siano avvenuti quei fatti indicati dalla procura. Si tratta quindi di una ricostruzione erronea che non resisterà al vaglio di un giudice super partes, che non potrà che riconoscere l'insussistenza dei fatti contestati" che nella sua requisitoria ovviamente non ha lesinato una stoccata ai soliti giudici prevenuti nei confronti del suo assistito.

E mentre in aula si affilano le armi, fuori dalle mura Procura spunta l'ex fidanzato di Nicole Minetti, Simone Giancola, che, in un'intervista rilasciata a Vanity Fair, ripercorre la sua vicenda sentimentale con la consigliera regionale del Pdl fino alla drammatica scoperta del castello di bugie raccontato dalla compagna: "mi telefonò per dirmi che era dovuta andare a Rimini dai genitori. Ebbene nelle intercettazioni del Rubygate ho letto che quella chiamata me l'aveva fatta dalla piscina di una villa di Berlusconi. Una rivelazione traumatica". Una testimonianza che non conta nulla nel castello accusatorio messo in piedi dai pm, ma che è il prodromo di quanto porterà con sè il processo: storie e personaggi in cerca di notorietà. Proprio come quelli di cui si dibatte in aula.

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