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Province, abolizione per collegi delle autonomie: il nuovo tentativo del governo

Le Province sono salve, anzi no. Dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità del taglio e del riordino deciso dal decreto Salva-Italia del governo Monti, oggi è l'esecutivo di Enrico Letta a compiere il primo passo verso un nuovo tentativo di riorganizzazione delle stesse. Come? Abolendole completamente e sostituendole con i collegi delle autonomie, termine coniato addirittura da Luigi Einaudi.

Province abolite: tutti i tentativi di riorganizzazione del governo

Le tappe sono già stabilite: oggi il Consiglio dei ministri discuterà un breve testo per approvare un disegno di legge costituzionale per cancellare ogni riferimento alle Province nell'Atto Normativo, in particolare quello dell'articolo 114, per il quale la Repubblica è formata dai "Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato", quindi, tra circa 10 giorni, ovvero dopo la pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale, sarà la volta di una legge ordinaria, che rivoluzionerà - questa volta pare davvero - le Province e la loro organizzazione.

Che cosa cambierà, dunque? Al di là del nome diverso, la grande differenza con il passato e anche con quanto ipotizzato dal governo Monti sarà l'abolizione degli organi politici eletti, ovvero presidente, giunta e consiglio, con un netto risparmio sul voto e sugli stipendi: se con la precedente riforma infatti era stato ipotizzato tra i 370 e i 535 milioni di euro l'anno, con questa raddoppierà.

Ma che fine faranno gli attuali dipendenti e chi gestirà i collegi? Secondo il piano dell'esecutivo, i 57 mila che attualmente lavorano nelle Province scenderanno di numero 'fisiologicamente' con i pensionamenti e con la ridistribuzione tra Comuni e Regioni in base al trasferimento delle funzioni: il processo, insomma, sarà spalmato nel tempo e indolore e nessuno sarà lasciato a casa. I nuovi organi, invece, saranno in mano ai sindaci del territorio. Passaggio, quest'ultimo, che si accompagna a una razionalizzazione dei Comuni più piccoli: già oggi quelli con meno di 5 mila abitanti devono unirsi per svolgere determinate funzioni e se sceglieranno di fare di necessità virtù, costituendo una vera e propria unione, acquisiranno maggiore peso (ovvero potere decisionale) nei collegi delle autonomie.

Un'opportunità che potrebbe rivelarsi preziosa da cogliere, anche perché ai nuovi organi verranno lasciati di default solo pochi compiti (la pianificazione di ambiente, territorio e trasporto locale, oltre alla gestione delle strade di competenza), ma se Comuni e Regioni decideranno "di trasferire ai collegi alcune funzioni, saranno liberi di farlo", ha spiegato il ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio.

Per quanto riguarda invece i confini (che nel precedente tentativo di riordino delle Province ha dato vita alle dispute più accese), Delrio ha chiarito: "Non disegneremo la mappa da Roma, lasceremo alle Regioni la libertà di decidere", pur partendo dalla cartina esistente, cisa che significa che - almeno in un primo momento - collegi delle autonomie e vecchie Province geograficamente saranno la stessa cosa. Infine, nel progetto dell'esecutivo c'è anche lo sfoltimento dei cosiddetti enti di mezzo, 7 mila tra consorzi e società che con la nuova organizzazione dovrebbero ridursi a 2 mila.

Riuscirà il governo Letta laddove quello Monti ha fallito? Chissà. Certo è che le Province sono già pronte a dare battaglia: "È inaccettabile che il governo presenti un ddl costituzionale soltanto su di noi. Tutto ciò conferma che la politica non vuole riformarsi. E il dimezzamento dei parlamentari quando si farà?", ha dichiarato infatti polemicamente il presidente dell'Unione delle Province, Antonio Saitta.

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