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Renzi, discorso in inglese al Digital Venice: scattano le parodie in rete

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Ormai è una certezza, anche l'enfant prodige della politica italiana non ha un rapporto idilliaco con la lingua inglese: l'intervento di Matteo Renzi al Digital Venice di Venezia, in apertura del meeting dedicato alle politiche per il digitale nel capoluogo veneto, è diventato subito un piccolo cult in rete. Pochi gli strafalcioni clamorosi, beninteso, ma la pronuncia stentata del nostro primo ministro si è fatta decisamente sentire e anche la proprietà di linguaggio non è stata certo all'altezza di un primo ministro. Ecco, se c'è qualcosa in cui il nuovo premier, troppo spesso acriticamente osannato dai mass media per le sue qualità comunicative, non può certo dire di eccellere, questo qualcosa è proprio l'inglese.

Tanti luoghi comuni tradotti in modo letterale, le proverbiali "supercazzole" (cit. Marco Travaglio) riportate tal quali dall'italiano all'inglese, una sostanziale povertà di vocabolario e poi quella pronuncia così affannosa da non rendere piacevole l'ascolto. I magazine stranieri si sono divertiti a tradurre parti dell'intervento di Matteo Renzi per svelarne la sostanziale vuotezza semantica, operazione che fatta sui discorsi in italiano darebbe spesso lo stesso esito. E inevitabilmente la rete si è sbizzarrita nella satira con battute e parodie in quantità. Eccone una delle più divertenti che sottotitola il premier con improbabili traduzioni del suo intervento.

Non c'è nulla da fare, la ritrosia degli italiani nell'apprendimento delle lingue straniere si conferma un dato di fatto. Non a caso siamo tra gli ultimi in Europa nella capacità di apprendimento, nonostante ormai conoscere l'inglese sia praticamente un must. Intendiamoci, l'italiano medio non avrebbe certo fatto meglio di Renzi, ma da un primo ministro giovane e con lo sguardo sempre rivolto all'Europa è doveroso aspettarsi qualcosa in più.

Quante volte negli ambienti che contano si richiede il possesso di un 'fluent english', una lingua parlata con spiccata sicurezza e proprietà di linguaggio! Eppure nelle alte sfere della politica italiana questa necessità non è mai stata avvertita con particolare solerzia. Il discorso di Renzi a tratti maccheronico al Digital Venice ha riportato alla mente il repertorio sterminato di performance sopra le righe dei nostri politici alle prese ocn l'inglese: dal "please visit our country" abbozzato dall'allora ministro per i Beni Culturali Francesco Rutelli, all'indimenticato "nos only" di Silvio Berlusconi di fronte al presidente americano George W. Bush e alla stampa ("I considers thes the flags of United Staes nos only a flag of a country bus is an universal message of freedom have democracy"), passando per le più recenti esternazioni di Gianni Pittella al Parlamento europeo.

Pur vero è che gli ultimi presidenti del Consiglio hanno mostrato un'ottima dimestichezza con la lingua: Mario Monti, la cui credibilità politica è derivata proprio dall'esperienza internazionale come Commissario Europeo per la concorrenza dal '94 al 2004, ha provato in più occasioni di saper parlare un inglese asciutto ed efficace. Lo stesso dicasi di Enrico Letta, che nei consessi internazionali ha fatto la bella sua figura, salvo poi essere defenestrato e accantonato anche per un eventuale ruolo di primo piano durante il semestre europeo a guida italiana. Entrambi ormai nel dimenticatoio della politica italiana, ora a Palazzo Chigi è la volta di Matteo Renzi, che con l'inglese a dire il vero si è già cimentato più di una volta, come durante la recente visita del presidente Obama in Italia (nel 2012 Renzi ha anche seguito la convention dei Democratici negli Stati Uniti che ha incoronato Obama per la conferma alla Casa Bianca).

A Venezia ha profuso tutta la sua toscanità nel discorso di apertura del Digital Venice. Eppure Matteo Renzi l'inglese l'ha studiato eccome: lo dimostra, se qualcuno avesse dubbi, un'inchiesta di Affaritaliani.it, attraverso dei documenti che testimoniano laute spese per una serie di corsi di inglese individuali alla Shenker, nota scuola di inglese frequentata anche da Berlusconi. Tra il 2010 e il 2011 pare che Renzi abbia pagato 3 fatture per un totale di 16767,47 euro a fronte di uno "studio individuale, intensivo, focalizzato su 'language activation' e 'business communication'". Soldi ben spesi?

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