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Silvio Berlusconi condannato a due anni di interdizione dai pubblici uffici. Il Pdl insorge

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di Claudia Gagliardi

La terza sezione della Corte d'appello di Milano ha deciso: Silvio Berlusconi sconterà due anni di interdizione dai pubblici uffici come pena accessoria alla condanna definitiva a quattro anni di reclusione nel processo Mediaset. La Corte era stata chiamata a rimodulare la precedente condanna a cinque anni di interdizione giudicata impropria dal collegio di Cassazione ed ha accolto la richiesta della procura di condannare Berlusconi all'esclusione dai pubblici uffici per due anni. Il nuovo dispositivo sarà sottoposto alla Cassazione da parte dei legali del Cavaliere.

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"Tutto come da copione" hanno commentato numerosi esponenti del Pdl, senza rinunciare ad attaccare le toghe milanesi per la celerità con cui è stato emesso il verdetto. In realtà non c'è da stupirsi per una decisione che era stata imposta dalla Cassazione nel dispositivo della sentenza definitiva di condanna per Berlusconi, che risale al 1° agosto scorso, con tanto di indicazione dell'intervallo di tempo entro cui far rientrare la pena interdittiva. I magistrati del tribunale di Milano avevano condannato Berlusconi a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici in primo e secondo grado considerando particolarmente grave il capo d'imputazione, ma la Cassazione ha precisato che le leggi in materia di reati fiscali alle quali ha fatto riferimento il dispositivo di condanna prevedono un’interdizione da un anno a un massimo di tre. Si è trattato dunque di una semplice formalità burocratica, visto che i giudici non sono entrati nel merito della condanna, ma hanno dovuto effettuare un semplice ricalcolo.

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Niccolò Ghedini aveva provato a rinviare l'udienza del cosiddetto "appello bis Mediaset" sollevando una doppia eccezione di incostituzionalità sulla legge Severino e facendo presente che in conseguenza della condanna per frode fiscale a carico di Berlusconi la holding ha versato 11 milioni di euro al fisco in risposta all'accertamento. Ma l'iter è andato avanti spedito: dopo la richiesta dell'accusa, la Corte si è ritirata in camera di consiglio per circa un'ora e ha formulato il dispositivo, letto in aula alla presenza del Procuratore generale Laura Bertolè Viale, lo stesso del processo d'appello, e degli avvocati del Cavaliere Ghedini e Roberto Borgogno (che ha sostituito nell'udienza Franco Coppi), che avevano chiesto il minimo della pena per il loro assistito.

L'ultimo grado di giudizio, visto che la sentenza passerà nuovamente in sede di Cassazione, è atteso tra qualche mese, ma potrebbe anche slittare al 2014. Solo quando si sarà espressa la Suprema Corte la pena accessoria acquisterà efficacia e Berlusconi sarà di fatto escluso dalla vita pubblica attiva: a prescindere dall'esito del voto sulla decadenza in Senato (in calendario a dicembre) e dai ricorsi presentati dal leader per contestare la costituzionalità della legge Severino, in quanto interdetto l'ex premier diventerà incandidabile a qualsiasi carica pubblica, perderà il diritto di voto e quello di sedere in Parlamento per tutta la durata della pena. Inoltre, non potrà essere tutore o curatore, svolgere pubblici uffici e ogni incarico non obbligatorio di pubblico servizio.

Come sempre in questi casi, la sentenza ha avuto l'effetto di ricompattare il Pdl, o meglio la nuova Forza Italia, intorno all'ex premier vessato dalla giustizia: lo stato maggiore del partito si è unito in un coro di critiche ai magistrati milanesi e messaggi di solidarietà al Cavaliere. "L'accusa chiede una cosa e, in poco meno di due ore, la Corte milanese ratifica, come un notaio, emettendo una sentenza evidentemente già scritta", ha tuonato il presidente dei deputati Renato Brunetta. Dello stesso tono anche i commenti delle cisiddette colombe: "La Procura ha chiesto due anni e il collegio giudicante li ha dati – ha detto Fabrizio Cicchittocon Berlusconi a Milano spesso c’è la perfetta identificazione tra magistratura inquirente e magistratura giudicante il che manda a pallino lo stato di diritto". Per il ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello, "se la politica faceva qualcosa per aspettare la magistratura non avrebbe fatto male. La legge Severino prevede un’interdizione a sei anni, tre volte la sentenza. Mi sembra di buon senso trovare un luogo dove fare una riflessione sulla congruità, sulla sua costituzionalità". Niccolò Ghedini è tornato a parlare di "una sentenza ingiusta e che peraltro contrasta con altre due sentenze della Cassazione", riferendosi agli altri filoni del processo per i diritti tv e definendo la pena accessoria "eccessiva".

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