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The Economist:"Il Belgio non esiste!"

E' dal 10 Giugno, data delle ultime elezioni, che in Belgio si prova a formare il nuovo Governo e, ad oggi, non v'è ombra dell' attesa "fumata bianca". La causa di ciò è da cercare nella distanza politica ma non solo esistente tra partiti valloni e fiamminghi.

Il momento di empasse istituzionale è parso un ghiotto pretesto a un giornalista del "The Economist", forse il più noto settimanale britannico, per la pubblicazione di un "provocatorio" articolo intitolato "Tempo di finirla".

Tra le righe dell'audace redattore, alle prese con le controversie tra Valloni e Fiamminghi, è possibile imbattersi in frasi del tipo: "Vivono vite parallele, ignorandosi ampiamente l'uno con l'altro", "Se il Belgio non esistesse già, ora come ora qualcuno prenderebbe la briga di inventarlo?", domanda che, sottolinea: "si può porre per molti paesi" ma che, afferma: "il problema, in Belgio, è che sono gli stessi abitanti a chiederselo".

Di certo la realtà non dista molto dal quadro risultante dalle pagine del "The Economist", specie se si ascolta quanto dichiarato dal Primo Ministro in carica Yves Leterme, leader fiammingo: "I belgi hanno in comune solo il re, la squadra di calcio e alcune birre".

Il giornalista si avventura inoltre nella storia del Belgio a partire dalla sua nascita istituzionale (di cui fortunatamente riconosce l'indispensabile funzione di stato-cuscinetto dopo le guerre napoleoniche) arrivando a definire lo Stato belga attuale "né un assoluto successo, né un assoluto fallimento" fino a proporre una soluzione alla crisi che salvi i prodotti tipici del reame (Simenon, Magritte, il cioccolato e il sassofono ndr): "Non hanno bisogno del Belgio" , possono emergere altrettanto bene da due o tre mini-Stati, o da un allargamento della Francia e dell'Olanda".

La chiusa dell'articolo non lascia adito a dubbi: "Il Belgio ha compiuto la sua missione. Un divorzio è nelle cose".

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