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Totò Riina su Berlusconi: "Ci pagava 250 milioni ogni sei mesi, c'era un accordo. Dell'Utri persona seria"

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Non è la prima volta che il nome di Berlusconi spunta nelle intercettazioni in carcere durante l'ora d'aria di Totò Riina. Nelle sue conversazioni col compagno pugliese Alberto Lorusso, registrate nel carcere dell’Opera nell'agosto 2013 e depositate a Palermo nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, Riina ha ricostruito alcuni aspetti dei rapporti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Dettagli che vanno ad aggiungersi a quanto già scritto nero su bianco nella sentenza di condanna per associazione esterna del braccio destro dell'ex premier, l'ex senatore e co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri.

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Se nelle precedenti conversazioni aveva parlato di lui definendolo "un buffone" e lanciandosi in generiche invettive, stavolta Riina racconta i rapporti della cosca con l'ex premier ai tempi della sua ascesa imprenditoriale, a partire dagli anni '80. Il 22 agosto dello scorso anno Riina svela l'importo di una somma milionaria pagata a mò di pizzo da Berlusconi a Cosa Nostra, come parte di un accordo di reciproca convenienza. Un patto coin cui Berlusconi si assicurava la protezione della mafia per le sue attività commerciali e la sua famiglia, siglato grazie a Dell'Utri nel ruolo di intermediario con i vertici della Cupola.

L'imprenditore brianzolo fondatore della televisione commerciale, racconta Riina, "...si è ritrovato con queste cose là sotto, è venuto, ha mandato là sotto a uno, si è messo d’accordo, ha mandato i soldi a colpo, a colpo, ci siamo accordati con i soldi e a colpo li ho incassati". I soldi sono tantissimi: "A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi" rivela al compagno Lorusso, secondo quanto riportato da Salvo Palazzolo su Repubblica.

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Le parole di Riina, come ricostruisce Giuseppe Lo Bianco sul Fatto Quotidiano, confermano la testimonianza del pentito Salvatore Cancemi, il primo a parlare di somme di denaro provenienti da Milano e indirizzate a Totò Riina per il tramite di Marcello Dell'Utri.

Più volte testimone oculare della consegna dei soldi, le rivelazioni di Cancemi hanno permesso ai magistrati di ricostruire come nel 1989 il passaggio di soldi avvenisse da Dell'Utri a Pietro Di Napoli, uomo d’onore della famiglia di Malaspina, che a sua volta consegnava il pizzo a Raffaele Ganci, reggente del mandamento della Noce, il quale li avrebbe poi consegnati al destinatario Totò Riina. Cancemi aveva spiegato che le somme arrivavano a Di Napoli in "un pacchettino in un sacchetto di plastica", consegnati poi a Ganci con la precisazione che "questi i soldi delle antenne": alla prima occasione utile, il pacchetto veniva portato a Riina, scena che si è ripetuta "sicuramente più volte... due, tre volte" sotto gli occhi del pentito Cancemi.

Il boss, parlando al compagno Lorusso delle richieste dei clan catanesi, conferma che a Palermo i soldi di Berlusconi arrivavano puntuali: "I catanesi dicono, ma vedi di... Non ha le Stande, gli ho detto, da noi qui ha pagato. Così, così li ho messi sotto, gli hanno dato fuoco alla Standa. Minchia, aveva tutte le Stande della Sicilia, tutte le Stande erano di lui. Gli ho detto: bruciagli la Standa. A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi, 250 milioni ogni sei mesi".

La ricostruzione del pentito Cancemi sulla consegna del denaro oggi trova conferma nelle parole di Riina registrate le scorsa estate: "È venuto il palermitano mandò a lui, è sceso il palermitano, ha parlato con uno... si è messo d’accordo... dice, vi mando i soldi con un altro palermitano, c’era quello a Milano. Là c'era questo e gli dava i soldi ogni sei mesi a questo palermitano. Era amico di quello... il senatore. Il senatore si è dimesso?" chiede Riina a Lorusso riferendosi a Dell'Utri. Dell'ex parlamentare arrestato per mafia dopo la latitanza in Libano, Riina dice che "è una persona seria".

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