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Trattativa Stato-mafia, Napolitano: accolto ricorso, intercettazioni vanno distrutte

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Dovranno essere distrutte le intercettazioni registrate fortuitamente delle quattro telefonate tra l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino, e il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. I giudici della Corte Costituzionale hanno infatti accolto il ricorso del Presidente della Repubblica, che lo scorso 16 luglio aveva sollevato davanti alla Consulta il conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo.

Consulta: "Intercettazioni Napolitano-Mancino vanno distrutte"

"Non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica" e neppure "spettava di omettere di chiederne al giudice l'immediata distruzione, ai sensi dell'articolo 271, 3 comma, c.p.p", ha stabilito la Corte Costituzionale, riscontrando dunque, di fatto, un'omissione da parte dei giudici palermitani, che a fronte del coinvolgimento di Napolitano nelle registrazioni, a prescindere dal loro contenuto, avrebbero dovuto chiedere al giudice la distruzione dei nastri, in quanto lesivi della prerogativa di riservatezza del Capo dello Stato.

Ovviamente diverse le reazioni alla sentenza della Consulta. Se dal Quirinale infatti trapela soddisfazione, in attesa di conoscere le motivazioni (che saranno depositate a inizio 2013), da parte dei magistrati coinvolti nella vicenda c'è evidente amarezza: "Aspettiamo di leggere il provvedimento", ha commentato Francesco Messineo, che si è trincerato dietro il no comment, mentre Nino Di Matteo ha detto: "Vado avanti nel mio lavoro con la coscienza tranquilla, ritenendo di avere sempre agito nel pieno rispetto della legge e della Costituzione". Il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli, ha invece scelto la via della diplomazia, affermando che il ricorso di Napolitano non va letto "in chiave politica o di contrasto con la Procura", ma come una richiesta coerente con quanto previsto dagli "aspetti tecnici e processuali", e che la Consulta, in qualità di "massimo organo di garanzia di legittimità delle leggi e di equilibrio tra poteri dello stato", ha semplicemente adempiuto al proprio dovere e "ha fatto chiarezza".

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Fortemente polemico con la sentenza, al contrario, uno dei legali della Procura di Palermo, Alessandro Pace, che ha parlato di un "surplus di garanzia" per il Capo dello Stato, chiedendo in modo provocatorio: "Se venisse intercettata casualmente una conversazione del Presidente della Repubblica dalle quale si evince che sta ordendo un colpo di stato, la Procura cosa dovrebbe fare? Distruggere i file? Distruggere le intercettazioni?" e domandandosi come mai, per dire, questo diritto non spetti anche al Presidente del Consiglio e ai ministri. Questione già più volte sollevata e ampiamente dibattuta... Che ne porta con sè un'altra, dai risvolti molto 'pericolosi': "I magistrati dovrebbero astenersi da disporre intercettazioni a carico di moltissimi soggetti", ha infatti osservato ancora Pace, nell'ipotesi di una 'estensione' della prerogativa di riservatezza presidenziale ad altri protagonisti della scena politica italiana.

Durissimo, infine, anche Antonio Ingroia, che in un'intervista telefonica a Repubblica dal Guatemala ha dichiarato che "la sentenza della Corte Costituzionale rappresenta un brusco arretramento rispetto al principio di uguaglianza e all'equilibrio fra i poteri dello Stato", concludendo amaramente: "Oggi sono convinto della bontà della mia scelta di lasciare l'Italia".

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