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Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, l’appello delle cooperanti in Siria a 5 mesi dal rapimento: video

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Non si è mai fermato il lavoro di intelligence tra Italia e Siria, dopo il rapimento di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, cooperanti internazionali da ormai 5 mesi nelle mani di gruppi armati fondamentalisti anti-Assad.

Due volontarie prigioniere in Siria: dietro il rapimento lo spettro dello Stato Islamico?

La diffusione a poche ore dalla fine dell’anno su Youtube del video che mostra le ragazze coperte dal velo islamico, apparentemente in buone condizioni di salute ma provate dalla lunga detenzione sul fronte di guerra, ha suscitato reazioni contrastanti sia a livello diplomatico che nelle famiglie delle due prigioniere, la cui incolumità può e deve considerarsi ora più che mai a rischio.

Sebbene frutto di una probabile mediazione se non dell’imposizione diretta da parte dei rapitori, le parole di Greta e Vanessa stanno creando parecchi interrogativi tra gli addetti ai lavori della Farnesina, in particolare per l’appello “ai mediatori responsabili della vita delle volontarie ed al governo chiamato a “riportare a casa prima di Natale le ventenni catturate dai ribelli siriani.

Dal 31 luglio, data del sequestro in un villaggio nei dintorni di Aleppo, non si avevano notizie ufficiali delle cooperanti impegnate fino a metà estate nel progetto umanitario Horryaty a sostegno delle popolazioni in conflitto: in molti, a distanza di 150 giorni dal rapimento, cominciavano a temere seriamente non senza fondate ragioni per la sorte di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli.

(Greta e Vanessa, le cooperanti chiedono aiuto al governo italiano: guarda il video)

Adesso, alla luce di quanto mostrato dai rapitori tramite il video di 23 secondi datato 17 dicembre 2014 e forse realizzato qualche settimana prima come ipotizzato da alcuni esperti nelle ultime ore, si discute della paternità dell’azione e dell’identità “politica” dei carcerieri delle volontarie, rebus di difficile soluzione in presenza di diverse rivendicazioni del gesto.

Sono tante le sigle che compongono la galassia dei rivoluzionari in lotta contro il presidente in carica Bashar Al Assad ed il “regime baathista” in piedi da quarant’anni in Siria.

L’ipotesi maggiormente accreditata, secondo gli analisti internazionali, attribuisce la regia del sequestro ai miliziani dell’Esercito Siriano Libero, formazione accreditata dai sostenitori dell’ennesima primavera araba come “moderata” e in buoni rapporti con alcune diplomazie occidentali.

Tutt’altro che da scartare è ad oggi l’eventualità che un ruolo di primissimo piano sia stato svolto dal gruppo islamista radicale Al Nusra, molto attivo da anni proprio nella provincia di Aleppo.

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